Molti studi evidenziano ormai come il concetto di stress non sia né assoluto né univoco ma come, l’impatto degli eventi traumatici o stressanti, sia diversificato e individualizzato a seconda anche delle capacità della persona di fronteggiare le difficoltà e di gestire le emozioni e i vissuti ad esse associati. La scrittura espressiva può rappresentare, in tal senso, un utile strumento per rielaborare a livello emotivo e cognitivo l’impatto degli eventi aiutando a reagire più costruttivamente ad essi.

«Quando ripensiamo a ciò che abbiamo vissuto, creiamo un altro da noi. Lo vediamo agire, sbagliare, amare, soffrire, godere, mentire, ammalarsi e gioire: ci sdoppiamo, ci bilochiamo, ci moltiplichiamo. […]Per rientrare in se stessi, per rimettere in ordine le tessere scompigliate della sensazione di panico emergente, il rimedio è costituito dall’imparare, senza paura, a sdoppiarsi e moltiplicarsi. Soltanto nel momento in cui diventiamo capaci di questo proviamo l’emozione di rinascere, perché assistiamo alla nascita dei molti io che siamo stati, li seguiamo nei loro primi passi, li vediamo confondersi tra loro senza più continuità nei passaggi che hanno attraversato» (Duccio Demetrio, Raccontarsi, 1996, Raffaello Cortina, Milano, pp. 12 – 83).

Ciò che rende utile la scrittura espressiva, non è la semplice traduzione in parole delle proprie emozioni, ma il fatto di raccontare i propri vissuti in una forma narrativa che costringe a riorganizzare le proprie vicende personali – magari quelle più traumatiche e mai raccontate a nessuno – in nuovi percorsi di significato rielaborandole in senso cognitivo e affettivo.

«Si impara dall’analisi della propria storia, si impara apprendendo da se stessi e si inizia a coltivare un vizio che ci porta, se lo desideriamo, ai nostri anni adolescenti: quando il diario, la poesia, la novella, senza che noi lo sapessimo, già segnalavano quella che poi, nell’età degli anni maturi e senili, si sarebbe trasformata in passione autobiografica […]Ma erroneo e deprimente è vivere l’autobiografia come farmaco per liberarsi del proprio passato prendendone le distanze. La vera cura di sé, il vero prendersi in carico facendo pace con le proprie memorie inizia probabilmente quando non più il passato bensì il presente, che scorre giorno dopo giorno aggiungendo altre esperienze[…] entra in scena. E diventa luogo fertile per inventare o svelare altri modi di sentire, osservare, scrutare e registrare il mondo dentro e fuori di noi»

(Duccio Demetrio, Raccontarsi p. 15).

La cura di sé (“epimeleia heautou” – la cura di se stessi) è un’attività pratica ed educativa, non astratta, tanto meno medica (“Epimelesthai” è l’attività del contadino che si occupa dei campi o del re che si prende cura dei cittadini e della città), è piuttosto cura di sé come cura dell’anima (“epimeleia”): «Nei confronti di se stessi l’epimelia implica un preciso lavoro. Richiede del tempo. Uno dei grandi problemi di questa cultura di sé consiste appunto nel fissare, nell’arco della giornata o in quello della vita, la parte che è opportuno consacrarle» (M. Foucault, La cura di sé/Storia della Sessualità vol. 3, 2001, Feltrinelli, Milano, p. 54).

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