Come sviluppare tutti i talenti del bambino (secondo Rudolf Steiner)

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La pedagogia steineriana descrive un’educazione attenta a tutte le dimensioni del bambino: fisica, psichica e spirituale. Negli anni della scuola, il bambino, seguirà un’educazione intellettuale ma prima che il bambino si ritrovi tra i banchi e sui libri è bene che dia spazio il più possibile al gioco, all’intuizione, alla fantasia e alla creatività.

Gli anni che precedono l’ingresso a scuola sono decisivi per i bambini. Il gioco è il mezzo principale attraverso cui le potenzialità e i talenti del bambino possono esprimersi in piena libertà .

Il compito dei genitori è di favorire il più possibile le occasioni in cui il bambino può fare esperienza, ad esempio con giochi liberi, con attività domestiche su misura e con incontri con il mondo naturale oltre che con disegni, canti, balli, musica e racconti.

Ecco alcuni suggerimenti importanti da cui i genitori potranno prendere spunto per aiutare i bambini a sviluppare tutti i loro talenti:

  • Raccontare ai bambini con fiabe, rime e storie.
  • Cantare con i bambini e ascoltare musica insieme.
  • Costruire giocattoli per i bambini e giocare con loro.
  • Dedicarsi al movimento creativo accompagnato da parole e musica.
  • Dare spazio all’arte, permettere ai bambini di disegnare, dipingere e colorare liberamente.
  • Esplorare la natura, conoscere le piante e gli animali, coltivare l’orto.
  • Educare il bambino a una sana alimentazione.
  • Riconoscere la saggezza dei bambini e dare loro ascolto.
  • Coinvolgere i bambini nelle faccende domestiche.
  • Trascorrere del tempo all’aria aperta, passeggiare e giocare nel verde.

( Principi educativi della pedagogia Waldorf )

In particolare nella pedagogia steineriana come nel metodo Montessori è molto importante coinvolgere i bambini nelle attività di casa dato che i piccoli sono sempre affascinati dalle azioni degli adulti e vorrebbero tanto imitarli. Quando sono molto piccoli i bambini possono imitare gli adulti semplicemente con il gioco. Pensiamo a quando i genitori si trovano in cucina per preparare la cena.

La pedagogia steineriana mira a sviluppare individualità libere, in grado di continuare ad imparare dalla vita. Va in questa direzione cercando di riconoscere, coltivare e portare a manifestazione le potenzialità di ciascun bambino, rispettando i tempi della sua evoluzione fisica e interiore.

Per un sano sviluppo del bambino è necessario cercare un equilibrio dinamico, in altre parole un “respiro”, tra due correnti: da un lato devono essere educate le capacità di accogliere e comprendere il mondo esterno attraverso l’affinamento dei sensi e, successivamente, la conquista di un rigoroso pensiero riflessivo; dall’altro bisogna curare nel bambino tutto ciò che lo rende attivo ossia il movimento fisico, la fantasia, l’espressività, la creatività, l’iniziativa. Sono infatti questi ultimi aspetti che nell’epoca contemporanea dominata dalle informazioni, dalle macchine e dalla realtà virtuale, rischiano di venire trascurati; il che può comportare un impoverimento dell’esperienza del bambino e, soprattutto, pregiudicare la formazione di una sana e forte capacità di iniziativa autonoma.

(Metodo Waldorf Steiner: caratteristiche, obbiettivi educativi e approccio all’apprendimento. )

Il bambino è un essere in divenire e importanti trasformazioni sono in relazione a diverse fasi di sviluppo. Queste sono legate ad un ritmo di settenni (0/7 anni – 7/14 anni – 14/21 anni).

Primo settennio

La pedagogia Waldorf, nel primo settennio del bambino, si fonda sui seguenti pilastri:

Esempio: le forze di imitazione del bimbo vengono sollecitate attraverso la qualità delle cose, azioni, sentimenti che lo circondano (cose buone da imitare).

Forza di volontà: il bambino è invitato a fare, con la sua volontà che si attiva nel fare.

Azioni piene di senso: ai bambini viene fatto sperimentare e mostrato il processo reale che c’è dietro le cose, per comprenderne il senso.

Linguaggio immaginativo: si preferisce usare questo tipo di linguaggio e non spiegazioni razionali, poiché il bambino non comprende appieno il linguaggio logico-razionale dell’adulto, ma comprende benissimo la metafora, l’esempio, la fiaba, il racconto, tutto ciò che proietta immagini.

Creatività come attività interiore: al bambino si danno cose che deve completare con la sua fantasia, i giochi e le bambole sono volutamente non definiti per stimolare la creatività e l’attività interiore e per non generare passività.

Materiali naturali: anziché materie morte come la plastica, materiali vivi e naturali che danno calore, come il legno, e sviluppano il tatto del bambino.

Ritmo: quotidiano, settimanale, mensile, annuale. Questo dà sicurezza e forza al bambino, gli crea certezze e orientamento, decisione e volontà.

Si evita qualunque forma di precocizzazione e prescolarizzazione, ogni cosa va fatta al suo tempo per non sottrarre forze vitali al bambino. Si evita di dare concetti astratti ma cose reali che il bambino possa comprendere col cuore. Si dà la possibilità di esprimere totalmente l’individualità del bimbo non costringendolo dall’esterno (ad esempio non si danno schede con disegni già fatti solamente da riempire e colorare). Si offre il giusto quantitativo di stimoli al bambino, quello che può sostenere, e non il bombardamento di stimoli a cui sono normalmente sottoposti e che li fa diventare iperattivi o al contrario passivi.

Secondo settennio

Il settimo anno è uno dei momenti centrali dello sviluppo infantile: è il periodo del rafforzamento della socialità, della fiducia in se stessi ed è la fase di passaggio da un apprendimento basato essenzialmente sui processi imitativi a un apprendimento simbolico creativo che incide su tutto il percorso scolastico successivo. E’ il settennio del bello che inizia col passaggio da “bambino che gioca” a “bambino allievo” e si evidenzia in generale nel cosiddetto cambiamento della figura: il “bambino allievo” non è più così rotondeggiante come prima, è più magro e definito. Non ha più le manine paffute, la pancia diminuisce, cominciano a delinearsi le curve della colonna vertebrale e della vita ed è in grado di toccarsi l’orecchio sinistro con la mano destra passando sopra il capo. La formazione dei denti è già ampiamente conclusa: sotto i denti da latte si trovano ventiquattro denti pronti per il cambio. La lateralizzazione e il vedere che il bambino è già in grado di sperimentare la sua parte destra e la sinistra come separate è un ulteriore indizio di “maturità scolare”. Quando gli si affida un compito è in grado di portarlo a termine. Ha imparato a fare da solo un poco di ordine. E’ maturo socialmente. Anche i disegni dei bambini ci possono dire molto: cielo e terra vengono separati e il bambino non disegna più l’immagine umana come “una testa con dei piedi” ma rappresenta già testa, tronco e membra. Se non viene posta la giusta attenzione nel valutare la maturità scolare di ogni singolo bambino il rischio è quello di compromettere a sua salute (oltre ad avviarlo ad uno scarso rendimento scolastico). Per questo la collaborazione tra genitori e scuola è indispensabile: gli uni debbono aver fiducia nella valutazione fatta da insegnanti, euritmista e medico scolastico, gli altri fiducia che le famiglie comprendano veramente “chi è” il bambino e si mettano i gioco con coscienza ed entusiasmo.

“Nel suo spirito pedagogico e nel suo metodo deve dominare l’idealismo; ma un idealismo che abbia il potere di destare nel giovane le forze e le facoltà che gli abbisogneranno nel corso della vita per avere, riguardo alla collettività, adeguate energie di lavoro e riguardo a se stesso un valido sostegno per la propria vita interiore” R. Steiner

 

 

 

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Alimentazione dei bambini. Temprare il corpo e concimare i campi (R. Steiner)

Alcune precisazioni da dove sono tratte le informazioni.

Queste conferenze, che Rudolf Steiner tenne al termine dalla sua vita, rappresentavano anche per lui qualcosa di particolare. Colui che per anni aveva creato una scienza dello spirito fatta per tutti parla ora a persone semplici, a operai, per i quali non c’è da presupporre una cultura speciale, ma il semplice essere uomini.

In queste conferenze si percepisce come Steiner sia del tutto a suo agio tra questi lavoratori: tante volte aveva detto che la sua scienza dello spirito è fatta per tutti indistintamente e che il sano buon senso, comune a tutti gli uomini, può trovarla convincente.

Viktor Stracke, uno degli operai di allora, racconta le esperienze dei lavoratori con Rudolf Steiner. Scrive: «Eravamo tanto riconoscenti al Dottor Steiner per il bene che ci voleva, per la saggezza che schiudeva ai nostri occhi. Era felice delle nostre domande e di poterci parlare. E spesso ho potuto constatare che un tema trattato con noi al mattino lo riprendeva alla sera nelle conferenze per gli antroposofi, perché la questione era, per così dire, nell’aria. Ma il modo in cui parlava a noi aveva una forma particolare: chiaro e diretto, semplice, con esempi forti, quasi drastici, ma sempre comunicandoci in tutta franchezza i contenuti più profondi, senza voler essere popolare in senso pedante. È difficile descriverlo. Si potrebbe forse dire che parlava come fosse uno di noi. Eppure ne avevamo un gran rispetto, la maggior parte di noi aveva il batticuore. Spesso si discuteva per giorni su chi dovesse porre una domanda e quale». (In: Erinnerungen an Rudolf Steiner, a cura di E. Beltle e K. Vierl, Verlag Freies Geistesleben, 1979, p. 201)

Alimentazione dei bambini.

Temprare il corpo e concimare i campi

Dornach, 2 agosto 1924

Alimentazione R. SteinerBuongiorno a tutti!

Oggi vorrei aggiungere varie cose alla mia risposta al signor Burle di giovedì scorso.

Vi dicevo che sono necessarie quattro cose alla nutrizione di ogni uomo: i sali; poi quel che viene chiamato carboidrati, che è particolarmente contenuto nelle patate, ma che si trova in particolare anche nei cereali dei nostri campi e nei legumi. E poi ho detto che l’uomo ha bisogno anche di grassi e di proteine.

Ho cercato di spiegare come l’alimentazione nell’uomo sia molto diversa, per esempio, in relazione alle proteine da un lato, e ai sali dall’altro.

Il modo in cui l’uomo assume il sale nel suo corpo fino alla testa fa sì che esso rimanga tale, non cambi oltre al fatto di disciogliersi. Mantiene fin dentro alla testa dell’uomo le forze che ha come sale.

Al contrario la proteina, cioè quel che abbiamo normalmente nell’uovo di gallina, ma anche nelle piante, viene subito demolita nel corpo umano, già nello stomaco e nell’intestino, non resta proteina. L’uomo impiega energie per demolire la proteina, e la conseguenza è che proprio per averla annientata riceve energie per ricostituire nuovamente proteine. E così si fabbrica le proteine sue proprie. Ma non le saprebbe formare se prima non avesse demolito altre proteine.

Provate a immaginare cosa succede con le proteine. Pensate di essere persone molto ragionevoli, così assennate da attribuirvi l’abilità di costruire un orologio. Ma supponiamo che dell’orologio non abbiate visto null’altro che la forma esteriore. È chiaro che non potrete fare subito il vostro orologio.

Però se vi mettete di buona lena a smontare l’orologio, a scomporlo nei suoi singoli pezzi per osservare ben bene come è congegnato, una volta smontato imparerete anche come si fa a costruirlo.

Così fa il corpo con le proteine: prima le accoglie in sé, poi le smonta completamente. Le proteine consistono di carbonio, azoto, ossigeno, idrogeno e zolfo: queste sono le componenti principali delle proteine. Le proteine vengono completamente scomposte così che, quando il tutto arriva nell’intestino, l’uomo non ha in sé proteine ma gli elementi smontati: carbonio, azoto, ossigeno, idrogeno e zolfo.

Ora l’uomo ha scomposto le proteine, come si fa quando si smonta un orologio. Voi mi direte: «Sì, l’orologio si smonta una volta sola e studiandolo si possono fabbricare tanti altri orologi. Perché non basta mangiare le proteine una volta sola per poi rifarle sempre di nuovo»?

La differenza è che l’uomo possiede una memoria come uomo intero, ma il corpo in quanto tale non possiede una memoria tale da poter osservare qualcosa: esso impiega forze per la costruzione ma non osserva col pensiero ciò che fa. Perciò dobbiamo tornare sempre di nuovo a distruggere le proteine per poterle noi stessi rifabbricare.

L’uomo compie qualcosa di molto complicato quando genera le sue proteine. Prima scompone le proteine che mangia, e così facendo ottiene carbonio in tutto il corpo. Sappiamo bene che dall’aria attiriamo anche l’ossigeno che si unisce al carbonio che abbiamo in noi. Questo carbonio ci deriva dalle proteine e dagli altri alimenti. Espiriamo nuovamente il carbonio contenuto nell’anidride carbonica, ma ne tratteniamo anche una parte in noi.

Abbiamo ora mescolati nel nostro corpo carbonio e ossigeno. Ma non è l’ossigeno che abbiamo assunto con le proteine quello che noi tratteniamo. Quel che uniamo al carbonio è l’ossigeno della respirazione.

Quindi noi non costruiamo le nostre proteine al nostro interno nel modo in cui se lo rappresentano i materialisti che dicono: mangiamo uova di gallina, queste si diffondono in tutto il corpo così da avere poi in tutto il corpo l’uovo che abbiamo mangiato. La cosa non sta affatto così.

Quando mangiamo uova di gallina, l’organizzazione del nostro corpo ci preserva dal diventare matti come se fossimo polli. Non lo diventiamo perché distruggiamo le proteine già nell’intestino. Anziché prendere la componente di ossigeno che vi era contenuta, noi prendiamo ossigeno dall’aria. È quello che portiamo in noi.

Dato che nell’aria c’è sempre anche un po’ di azoto, con l’ossigeno noi respiriamo anche l’azoto. E anche qui noi non usiamo l’azoto preso dall’uovo di gallina, ma quello che abbiamo inspirato con l’aria.

Utilizziamo meno che meno l’idrogeno ingerito con le uova, usiamo quello che ci è entrato dal naso e dalle orecchie, proprio attraverso i sensi. Questo lo facciamo diventare la nostra propria proteina.

E lo zolfo: anch’esso lo riceviamo in continuazione dall’aria. Anche l’idrogeno e lo zolfo li riceviamo dall’aria.

Delle proteine che mangiamo, noi tratteniamo solo il carbonio. Tutto il resto che utilizziamo lo abbiamo preso dall’aria.

Così è la faccenda delle proteine. E anche con i grassi la cosa è del tutto simile. Ci fabbrichiamo noi stessi le nostre proteine, e delle proteine esterne utilizziamo solo il carbonio. Anche il grasso ce lo fabbrichiamo da noi, utilizzando sostanzialmente solo poco dell’azoto che assumiamo con l’alimentazione.

Di questo si tratta: che noi produciamo a modo nostro proteine e grassi.

Solo quello che assumiamo con patate, legumi e cereali trapassa nel corpo. In particolare quello che mangiamo insieme con i cereali e le patate non arriva dappertutto ma, si potrebbe dire, solo fino alle parti inferiori della testa. Quel che ingeriamo con i sali, questo invece va in tutta la testa, e da qui noi ci formiamo poi quel che ci serve per le ossa.

Stando così le cose dobbiamo cercare di dare al nostro organismo proteine vegetali sane, queste sono quelle che più di tutti servono al nostro corpo. Dando al corpo proteine del pollo, lui può permettersi di essere abbastanza pigro e indolente, le saprà comunque demolire senza fatica perché si lasciano demolire con facilità.

Le proteine vegetali, cioè quelle proteine che riceviamo con i frutti delle piante – si trovano principalmente nelle piante, come vi ho detto l’altro ieri –, sono qualcosa di particolarmente prezioso per noi. Per questa ragione una persona che voglia mantenersi sana ha bisogno di aggiungere alla sua alimentazione frutta, in forma cotta o cruda. Deve consumare frutta.

Se una persona evita completamente di mangiare la frutta, accade che avrà una digestione sempre più faticosa.

D’altro canto, però, si tratta anche di nutrire correttamente le piante stesse. Se vogliamo nutrire le piante nel modo giusto, dobbiamo pensare che esse sono qualcosa di vivente. Le piante non sono minerali, le piante sono esseri che vivono.

Quando nasce una pianta, essa viene da un seme che è stato posto nel terreno. La pianta non può crescere bene se non ha un terreno che sia a sua volta un po’ vivente.

E come si rende vivente il terreno? Concimandolo come si deve! Quindi una appropriata concimazione è quel che ci procura una proteina vegetale veramente buona.

Ora va considerato anche questo: per lunghe epoche gli uomini hanno saputo che il concime giusto è quello che proviene dalle stalle, dalle stalle bovine e via dicendo; il concime adatto è quello che viene direttamente dall’agricoltura. Ma negli ultimi tempi, in cui tutto è diventato materialista, la gente ha detto: «Si può anche vedere quali sostanze ci sono nel concime. E poi ricavare un concime minerale dal regno minerale».

Ma se si utilizza il concime minerale, è come se si gettasse sale nel terreno. In quel caso si rafforza solo la radice. Allora dalla radice ci viene solo quel che nell’uomo va a costruire l’ossatura. Ma la pianta non dà più le proteine adatte.

Per questo le nostre piante, i nostri cereali, negli ultimi tempi soffrono tutti di una carenza proteica. E questa aumenterà se la gente non torna al tipo di concimazione giusta.

Si sono già tenuti vari incontri di agricoltori, in cui gli agricoltori hanno detto – ma senza sapere, naturalmente, per quale ragione –: «La qualità dei raccolti continua a peggiorare!».

Ed è vero: chi è diventato vecchio sa che tutto quel che producevano i campi una volta era molto migliore, quando era giovane.

Non è possibile comporre artificialmente il concime a partire dagli ingredienti che fanno parte dello sterco di mucca. Bisogna capire che per il fatto che lo sterco di mucca non proviene dal laboratorio del chimico, bensì dal laboratorio molto, molto più scientifico che sta nella mucca – sì, signori miei, è un laboratorio molto più scientifico! – per questo fatto il concime di mucca non solo rende forti le radici delle piante, ma agisce anche fortemente fin nei frutti, e perciò produce anche le giuste proteine nelle piante, il che poi rende forte anche l’uomo.

Se si continua a concimare solo con concime minerale come è di moda ultimamente, o addirittura con l’azoto derivato dall’aria, i vostri figli e ancor più i figli dei vostri figli, si ritroveranno visi pallidi pallidi. Non potrete più distinguere i volti dalle mani.

Il fatto che l’uomo possa avere un colorito vivo, un colorito sano, dipende tantissimo dal fatto che i campi vengano concimati come si deve.

Vediamo allora che parlando di nutrizione occorre considerare anche come si ottengono gli alimenti. È estremamente importante. Che il corpo umano ha bisogno di ricevere quel che gli fa bisogno dipende da una serie di fattori.

Prendete, per esempio, la situazione di prigionieri condannati a diversi anni di reclusione. Normalmente non ricevono un’alimentazione con un contenuto sufficiente di grassi, ma un’alimentazione insufficiente in fatto di grassi. Ebbene, essi sentiranno una fortissima avidità per i grassi!

Se gocciolerà anche solo qualcosina da una lampada a olio che il guardiano porta nella cella, se anche una sola goccia cadrà a terra, si butteranno immediatamente a leccarla su. Questo perché il corpo sente con atroce intensità la mancanza di un certo alimento di cui ha bisogno.

Ciò non avviene quando si ha la possibilità di mangiare adeguatamente giorno dopo giorno. Non si arriva a questi estremi perché il corpo non viene privato di quel che gli serve. Ma se nell’alimentazione manca a lungo qualcosa, magari per settimane, allora il corpo ne diventa estremamente avido. Questo è quel che volevo aggiungere in particolare.

Dicevo già che a queste cose sono connesse tante altre questioni.

I nostri antenati europei del dodicesimo, tredicesimo secolo e ancora prima, erano diversi da noi. Di solito, questo non viene affatto considerato. E tra le altre cose che li distinguevano da noi, c’è il fatto che essi non avevano patate da mangiare. Le patate furono introdotte solo molto più tardi.

L’alimentazione a base di patate ha esercitato un forte influsso sull’uomo. Se si mangiano cereali, il cuore e il polmone si rafforzano particolarmente, rendono forti polmone e cuore. L’uomo diventa tale da avere un torace sano, sta bene. Per esempio, non considera il pensare più importante del respirare e il suo respiro è in grado di sopportare un bel po’ di sforzi.

Lasciatemi dirvi una cosa: non pensiate che abbia una buona respirazione chi deve sempre aprire la finestra sbuffando: «Oh, aria fresca, aria fresca!». Al contrario ha una buona respirazione chi ha un’organizzazione tanto forte da fargli sopportare ogni tipo di aria. Gagliardo non è colui che nulla sopporta, ma chi è in grado di sopportare qualcosa.

Nel nostro tempo si parla molto di tempra, di allenamento. Pensate a come vogliono temprare i bambini: avviene con l’abbigliamento dei figli di gente ricca, ma anche gli altri iniziano a imitarli – mentre noi da giovani portavamo calze che si rispettano ed eravamo completamente coperti, andando al massimo a piedi scalzi. Ora certi abiti arrivano al massimo alle ginocchia, quando ci arrivano.

Se la gente sapesse che questo crea il maggior rischio di una futura appendicite, ci penserebbe due volte. Ma la moda è un tiranno tale che la gente non sa riflettere per niente. Oggi i bambini, particolarmente quelli delle famiglie ricche, vengono vestiti coprendoli al massimo fino alle ginocchia. Stiamo a vedere che poi gli abitini copriranno a mala pena la pancia, anche questo andrà di moda. È così, la moda agisce in modo straordinariamente potente.

Ma la gente non si rende per niente conto che la cosa più importante è proprio che l’uomo si predisponga in tutta la sua organizzazione a saper ben digerire tutto quello di cui si ciba.

Intendo dire che è assai importante sapere che l’uomo diventa forte nella misura in cui digerisce come si deve i cibi che mangia.

Ci si convincerà che il modo di trattare i bambini che vi ho descritto non li tempra affatto, anzi! Osserviamoli da vicino: quando da grandi devono andare in un luogo molto caldo resistono a malapena, si sciolgono come i moccoli, sudano a non più finire.

Non è temprato colui che non riesce a sopportare nulla, è veramente temprato chi riesce a sopportare tutto il possibile. Un tempo la gente veniva meno sistematicamente temprata perché aveva polmoni sani, cuore sano, e così via.

Poi arrivò l’alimentazione a base di patate. La patata rifornisce meno il cuore e il polmone, va su alla testa. Ma, come vi ho detto, va alla testa inferiore, non a quella superiore –, e nella testa inferiore risiede in particolare la facoltà critica, il pensare materialistico.

Per questo una volta c’erano meno scrittori di giornali. L’arte della stampa non c’era proprio. Immaginate quanto si pensa ogni giorno nel mondo solo per realizzare i giornali! Tutto questo ponzare, che è del tutto superfluo, lo dobbiamo all’alimentazione a base di patate!

Questo perché chi mangia patate si sente continuamente stimolato a pensare. Non sa far altro che pensare e pensare.

Ma in questo modo i suoi polmoni e il suo cuore si indeboliscono: la tubercolosi, la tubercolosi polmonare è comparsa proprio quando venne introdotta la patata. E gli individui più deboli sono quelli che stanno in zone nelle quali si coltivano ormai quasi solo patate, dove la gente vive di patate.

La scienza dello spirito – ve l’ho già detto più volte – è capace di spiegare questi fatti che sembrano materiali. La scienza materialista non sa in fondo nulla dell’alimentazione, non sa nulla di quel che è sano per l’uomo.

Proprio questa è la stranezza del materialismo, che pensa, pensa, pensa – e non sa nulla, non spiega nulla.

Se si vuole vivere la vita come si deve, è assolutamente importante sapere le cose, cioè capirle. Sono queste le cose che volevo ancora dirvi sull’alimentazione.

Ci sono altre domande, qualcuno ha in mente ancora qualcosa?

Un operaio: La volta scorsa il Dottore ha parlato dell’arteriosclerosi. Essa, come si dice, può essere causata dal troppo consumo di carne. Conosco una persona che a cinquant’anni era diventata arteriosclerotica, e fino ai settanta si è irrigidita. Ora questa persona ha ottantacinque/ottantasei anni, e oggi è molto più arzilla che a cinquanta/sessant’anni anni. Vuol dire che l’arteriosclerosi è regredita? È possibile, oppure come si spiega questo fatto? Detto tra parentesi, questa persona non ha mai fumato tabacco, ha pure bevuto poco alcol, e ha vissuto sempre sobriamente. Solo che in gioventù ha mangiato tanta carne, e a settant’anni riusciva a lavorare poco. Oggi, però, a ottantacinque/ottantasei anni, è arzilla e sempre attiva.

Rudolf Steiner: Vede, Lei parla di una persona che a cinquanta/sessant’anni è diventata arteriosclerotica, si è irrigidita sempre più, era sempre meno atta al lavoro. Non sa se anche la sua memoria fosse regredita, questo forse Lei non lo ha notato. Questa condizione è durata fino ai settant’anni, poi questa persona è divenuta nuovamente arzilla, e vive ancora oggi. Quel che potrebbe indicare l’arteriosclerosi sarebbe il fatto che questa persona non sia più molto attiva. Ma invece è arzilla e attiva?

Operaio: Oggi è ancora attivo, del tutto arzillo e più agile che a sessantacinque/settant’anni. Si tratta di mio padre!

Rudolf Steiner: Per prima cosa bisogna vedere esattamente di che tipo fosse l’arteriosclerosi. Si tratta di questo: il più delle volte l’arteriosclerosi si presenta in modo che la persona ha arterie sclerotiche in tutto il corpo. Ora, se l’individuo ha arterie sclerotiche dappertutto non sarà naturalmente in grado di controllare il corpo con l’anima, con lo spirito. Il corpo si irrigidisce sempre più.

Ma supponiamo che qualcuno diventi sclerotico non in tutto il corpo, che la sclerosi risparmi per esempio il cervello. Allora le cose andranno nel modo seguente.

Vede, io che la conosco so anche qualcosa del Suo stato di salute. Non conosco Suo padre, ma dal Suo stato di salute si può forse dedurre qualcosa anche sulla salute di Suo padre. Lei, per esempio, soffre un poco, o ha sofferto, di raffreddore da fieno – e le auguro proprio che la cosa migliori del tutto.

Questo prova che Lei porta in sé qualcosa che il corpo può formare unicamente se è predisposto all’arteriosclerosi non nella testa, ma solo nel resto del corpo. Nessuno che sia predisposto fin dall’inizio all’arteriosclerosi in tutto il corpo può avere il raffreddore da fieno. Questo perché il raffreddore da fieno è l’esatto opposto dell’arteriosclerosi.

Se Lei soffre di raffreddore da fieno, ciò dimostra che questo raffreddore da fieno – non è certo bello avere il raffreddore da fieno, lo si può curare, ma gli esiti dipendono dalla predisposizione –, questo Suo raffreddore da fieno è una sorta di valvola di sicurezza contro la sclerosi, contro l’arteriosclerosi.

Ogni essere umano diventa in qualche misura arteriosclerotico. Non si può invecchiare senza diventarlo. Se l’arteriosclerosi si forma in tutto il corpo non ci si può far nulla, ci si irrigidisce in tutto il corpo, punto e basta.

Ma se l’arteriosclerosi si forma nella testa – escludendo il resto del corpo –, allora succede questo: quando si diventa molto vecchi il corpo eterico, del quale vi ho parlato, torna a essere forte, sempre più forte. A quel punto il corpo delle forze vitali non ha più tanto bisogno del cervello, il quale può tranquillamente invecchiare e irrigidirsi. Il corpo eterico può ora iniziare a controllare l’arteriosclerosi incipiente che prima lo ha invecchiato e irrigidito –, la può davvero tener sotto controllo. In questo caso l’arteriosclerosi è soltanto iniziale.

Non è necessario che Suo padre abbia avuto il raffreddore da fieno, basta che uno ne abbia la predisposizione. E questa predisposizione può rappresentare un bel vantaggio.

A qualcuno la cosa potrà sembrare ovviamente contraddittoria, ma si può persino dire che chi ha una predisposizione al raffreddore da fieno ha il diritto di dirsi: «Per fortuna che ho questa predisposizione. Il raffreddore da fieno non si manifesta all’esterno, ma ho almeno la predisposizione»! E questo lo protegge dall’arteriosclerosi.

Se ora la persona in questione ha un figlio, questo protegge il figlio proprio dall’arteriosclerosi. Il figlio può avere esattamente ciò che nel padre va verso l’interno: il figlio lo manifesta verso l’esterno, in lui si collega a una certa malattia esterna. Questi sono i segreti dell’ereditarietà: che nei discendenti si ammala qualcosa che negli antenati era sano.

Siamo abituati a classificare le malattie, si parla di arteriosclerosi, tubercolosi polmonare, cirrosi epatica, disturbi digestivi, e così via. Si possono elencare a menadito nei libri, si può catalogare, descrivere per filo e per segno una malattia dopo l’altra.

Ma ciò serve a ben poco, per il semplice motivo che l’arteriosclerosi è una malattia diversa in ogni singolo individuo. Due persone con l’arteriosclerosi non sono per niente uguali, ciascuno la prende e la vive in modo diverso. È così, signori miei, e non c’è neanche da stupirsi.

Una volta c’erano due professori, due docenti, entrambi attivi all’università di Berlino. Uno aveva settant’anni, l’altro novantadue. Quello settantenne era un uomo molto famoso, aveva scritto un sacco di libri, ma era un uomo che con la sua filosofia conosceva solo il materialismo, aveva avuto solo pensieri materialistici. Questo tipo di pensieri contribuisce non poco all’arteriosclerosi. E anche lui se la prese. A settant’anni non voleva che andare in pensione.

Quello di novantadue anni, suo collega, non era materialista, era rimasto quasi come un bambino per tutta la vita, e insegnava ancora con enorme energia. E diceva: «Non capisco il mio collega, quel giovanotto! Io neanche mi sogno di andare in pensione, mi sento ancora giovane giovane». L’altro, il giovanotto, era sclerotizzato, non poteva più continuare a insegnare. Naturalmente, anche quello di novantadue anni era un po’ sclerotico, le arterie fisiche erano completamente sclerotiche, ma grazie alla vivacità della sua anima poteva ancora intervenire sulle arterie. L’altro non ne era più capace.

Ancora due parole riguardo alla domanda del signor Burle sulla carota. Il signor Burle diceva: «Grazie al proprio istinto, il corpo umano ha voglia di quello di cui ha bisogno. Bambini e adulti vengono a volte costretti a mangiare certi cibi, nonostante non facciano loro bene. Credo che non andrebbe fatto, se costoro sono disgustati da un particolare cibo. Io ho un bambino a cui non piacciono le patate».

Basta osservare gli animali: se non avessero l’istinto per quel che fa loro bene o male, sarebbero tutti morti da un bel po’ di tempo. Al pascolo si imbattono anche in piante velenose. Ma le lasciano perdere, non le mangiano. Se le mangiassero, starebbero male. C’è una gran varietà di piante, ma gli animali scelgono a colpo sicuro solo quelle che gli fan bene.

Avete mai ingrassato oche? Credete che il maschio dell’oca ingrasserebbe spontaneamente? Sono gli uomini che costringono le oche a mangiare così tanto. Naturalmente la cosa è già un po’ diversa nel caso del maiale. Ma pensate che maiali magri avremmo, se non li si costringesse a trangugiare all’inverosimile!

Nel maiale la cosa è diversa per il fatto che già i suoi antenati sono stati abituati a tutto ciò che fa ingrassare, già in passato sono stati alimentati forzatamente. Ma i maiali all’inizio vi sono stati appunto costretti! Nessun animale si ciba di qualcosa che non è adatto a lui.

Che cosa ha fatto il materialismo? Il materialismo non ha più creduto a questi istinti.

Da giovane avevo un amico, e quando si usciva a mangiare si era ancora ragionevoli col cibo. A quel tempo mangiavamo spesso insieme, e ci facevamo appunto portare i piatti normali che, come si dice, rimettono in sesto. Poi, come avviene nella vita, ci siamo persi di vista e dopo molti anni tornai nella città dove viveva, e fui invitato a pranzo da lui.

E, guarda un po’, aveva accanto al suo piatto una bilancia. Gli chiesi: «Cosa fai con quella bilancia»? Lo sapevo naturalmente, ma volevo sentire la sua risposta. Mi disse: «Mi peso la carne che mi serve, per prenderne la giusta dose, e anche l’insalata». E pesava tutto sulla bilancia! Tutto quel che metteva nel piatto veniva prima pesato, perché così vuole la scienza.

Ma cosa ha fatto, l’amico, agendo in quel modo? Ha perso ogni istinto, e alla fine non sapeva neanche più cosa doveva mangiare! Una volta si leggeva: «L’uomo ha bisogno di centoventi o centocinquanta grammi di proteine» –, oggi si dice: bastano cinquanta grammi –, così lui ha pesato tutto ben bene, e gli ha fatto male!

Se si è diabetici, la cosa è ovviamente diversa. Poiché il diabete dimostra in ogni caso che l’uomo ha perso l’istinto per l’alimentazione.

Per cui quando un bambino ha, per esempio, la pur minima predisposizione ai parassiti intestinali, fa a volte le cose più strane. Vi stupirà forse vedere come quel bambino va, per esempio, a cercare un campo di carote, e ve lo troverete a mangiar carote anche se il campo è lontano dei chilometri. Il bambino va fin là e si cerca le carote perché, essendo predisposto ai parassiti intestinali, ha assolutamente bisogno di mangiare carote.

La cosa davvero più utile che si possa fare è di prestare attenzione a come un bambino mangia volentieri l’una o l’altra cosa, a ciò che gli piace o non gli piace, una volta che sia stato svezzato. Non appena il bambino comincia con l’alimentazione esterna, si può imparare da lui quel che si deve dare al suo organismo.

Se si costringe il bambino a mangiare quel che si ritiene che dovrebbe mangiare, gli si rovina l’istinto. Ci si deve orientare a quello per cui il bambino prova istinto, così si va sul sicuro. Naturalmente occorre anche arginare un poco quel che tende alla cattiva abitudine, ma bisogna fare attenzione a dove e perché lo si argina.

Prendete per esempio un bambino nel quale vi accorgete che, nonostante riteniate di dargli tutto come si deve, quando viene a tavola per la prima volta, non sa trattenersi dal mettersi in piedi su una sedia, chinarsi sopra il tavolo e sgraffignare dello zucchero!

Una cosa del genere va capita nel modo giusto, perché quel bambino che sale sulla sedia e sgraffigna lo zucchero ha sicuramente qualcosa fuori posto nel fegato. Il semplice fatto che va a ruba dello zucchero dimostra che qualcosa nel suo fegato non funziona bene.

Fanno sparire lo zucchero solo i bambini che hanno qualcosa fuori posto nel fegato – il che può paradossalmente venir curato proprio con lo zucchero. Gli altri bambini non si interessano allo zucchero, lo lasciano stare dov’è.

Naturalmente questa non deve diventare una cattiva abitudine ma è importante capirne il senso, il che si può fare in due modi.

Se un bambino continua a pensare: «Quand’è che papà o mamma non guardano, così che posso prendere lo zucchero», in futuro sgraffignerà anche altre cose. Ma se lo si accontenta dandogli quel che gli fa bene, allora non diventerà un ladro.

Come vedete, anche rispetto alla morale è di grande importanza tener conto di queste cose. È davvero importante, signori miei. La risposta alla domanda che mi avete posto è che occorre far attenzione proprio a quel che il bambino vuole o detesta, a ciò che gli piace o non gli piace, senza costringerlo a quel che non vuole.

Se infatti – ed è il caso di molti bambini – avviene che il bambino non vuole mangiare carne, significa che la carne gli provoca tossine intestinali. E lui le vuole evitare, lo sa per istinto. Un bambino che siede a una tavola dove tutti mangiano carne, e lui invece non la vuole è perché ha una predisposizione a sviluppare tossine intestinali se mangia carne. Tutto ciò va preso in dovuta considerazione.

Da questo vedete che la scienza deve ancora dirozzarsi di parecchio. Oggi è ancora troppo grossolana con la sua bilancia e tutti i suoi esperimenti di laboratorio. Questo tipo di scienza non basta proprio.

Bisogna capire come l’alimentazione, che a voi interessa tanto, abbia a che fare con lo spirito. Quando la gente mi pone domande o vuole saperne al riguardo, mi piace citare due esempi.

Il primo è il giornalista. È un tipo che deve pensare molto – il più delle volte cose inutili. L’uomo non è in grado di pensare tanti pensieri in modo che siano tutti logici. Perciò il giornalista, o qualcuno che deve scrivere di mestiere, ama il caffè in modo del tutto istintivo.

Si siede al caffè, beve una tazza di caffè dopo l’altra, e rosicchia la penna per spremerne fuori i pensieri da mettere sulla carta. Rosicchiare la penna non gli serve più di tanto, ma il caffè lo aiuta a dedurre un pensiero dall’altro, in qualche modo un pensiero si deve pur collegare all’altro.

Questo procedere logico di pensiero in pensiero nel caso dei diplomatici è spesso dannoso. Un diplomatico logico è noioso, mentre il suo compito è di intrattenere. In società non piace chi è troppo logico, chi ti dice: in primo luogo, in secondo luogo, in terzo luogo. Forse vi ricordate il Faust: «E se non vi fossero il primo e il secondo, mai vi sarebbero il terzo e il quarto». (Goethe, Faust, v. 1932-3)

Per esempio, in un articolo di finanza il giornalista non può tergiversare. Ma il diplomatico può raccontare uno dietro l’altro di locali da ballo o altro, poi delle finanze statali, poi del tal Paese, e dopo ancora delle lumache della tal signora. E subito dopo può parlare della produttività delle colonie, per passare al miglior cavallo e così via.

Insomma è importante passare di palo in frasca. Se si vuole diventare abili in società viene l’istinto di bere molto tè.

Il tè disperde i pensieri, fa saltare da un pensiero all’altro senza nesso logico. Il caffè, invece, aiuta a concatenare i pensieri con un minimo di logica.

• Se si vuole sviluppare uno stile logico, se come giornalisti si vuole scrivere un editoriale – caffè!

• Se si vuole parlare come un diplomatico del ministero dello Stato eccetera eccetera, se si vuole saltare da un pensiero all’altro, parlare brillantemente ora di una cosa, ora dell’altra, bisogna bere tè!

Si parla perfino del «tè dei diplomatici»! – quelli bevono il tè. Il giornalista siede al caffè, beve una tazza di caffè dopo l’altra per spremere fuori dei pensieri logici.

Così vediamo come gli alimenti, anche i beni voluttuari, possano influenzare in particolare il modo di pensare. Lo stesso avviene ovviamente anche con altre cose. Il caffè e il tè sono solo due cose un po’ estreme. Ma proprio da qui si vede che occorre fare attenzione alla relazione in cui stanno tra loro queste cose. È davvero importante, cari signori.

La nostra prossima chiacchierata è come al solito mercoledì alle nove.

 

Scuole steineriane: dove la fiaba è quotidiana esperienza.

Nelle scuole steineriane la fiaba è considerata uno dei più validi strumenti educativi.

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Steiner sosteneva che i bambini hanno bisogno di fiabe. Sottolineava l’importanza di raccontare ai bambini fiabe della tradizione popolare sia locale che del resto del mondo, in quanto le fiabe non soltanto rappresentano un patrimonio culturale inestimabile ma soprattutto perché per il bambino diventano uno strumento di crescita fondamentale. Le fiabe, con gli ostacoli e le prove da affrontare che le compongono, raccontano le tappe del cammino che il bambino si trova ad affrontare nella vita. Le fiabe danno conforto ai bambini e contribuiscono allo sviluppo della fantasia e alla comprensione delle emozioni.

Nella pedagogia Waldorf, fin dall’asilo, il racconto di fiabe è uno degli elementi cardine della formazione dell’uomo.

(  il giardino delle emozioni laboratorio didattico )

Nelle scuole steneriane le fiabe accompagnano la crescita del bambino inserendo gradualmente un numero sempre maggiore di racconti tratti sia dalla propria cultura che da quella di altri popoli.

Inizialmente vengono proposti racconti che descrivono un destino semplice, tra cui: Cappuccetto Rosso, Rosaspina, Biancaneve, I sette caprettini; dopo i cinque anni si aggiungono quelli con uno sviluppo più complesso che rivela i primi tentativi di lotta tra le potenze buone e quelle cattive per il dominio dell’animo umano. Tenere conto dell’età dei bambini nella scelta del racconto da presentare loro è importante, in quanto, devono essere in grado di seguire l’intreccio e, più sono piccoli, più e’ bene ripetere loro, parola per parola , la stessa fiaba.

La fiaba, scrive Antonella Zanti, studiosa di antroposofia e cultrice di teatro di figura, “non ci parla di contesti specifici, di casi particolari, ma quello che racconta riguarda ognuno di noi, si appella a ciò che è universalmente umano, alle prove implicite nell’appartenenza alla terra e alla condizione di essere incarnati in una fisicità. La nostra interiorità e le potenzialità, di bene e di male, che vivono in noi si squadernano sulla scena divenendo personaggi che svolgono una parte, le forze dell’anima si rivestono di immagini. Le immagini hanno la forza di parlare a una dimensione dell’essere intima e profonda, al nostro sentire, si fissano nell’interiorità. Hanno la capacità di descrivere un insieme, qualcosa che è in divenire, che può continuare a crescere con noi”.

(Ti potrebbe interessare Alla conquista del mondo delle Emozioni e dei Sentimenti )

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Le bambole Waldorf

Le bambole Waldorf sono delle bambole morbide fatte a mano utilizzate per aiutare il bambino a sviluppare la fantasia.

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La pedagogia Waldorf o steineriana è un approccio educativo sviluppato a partire dal 1919 sulla base delle indicazioni di Rudolf Steiner, filosofo e pedagogista, oltre che riformista sociale austriaco.

(Leggi anche Metodo Waldorf Steiner: caratteristiche, obbiettivi educativi e approccio all’apprendimento. )

Nelle bambole Waldorf originali i tratti del viso sono poco definiti. Si tratta di una caratteristica fondamentale delle bambole Waldorf che serve a lasciare spazio all’immaginazione del bambino. Quando un bambino gioca con una bambola Waldorf può associare al viso le espressioni che preferisce. Può immaginare il colore degli occhi e la forma del naso e delle labbra, ad esempio.

Dal punto di vista pedagogico le bambole Waldorf sono considerate uno strumento utile per facilitare il dialogo del bambino con se stesso.

Sono adatte sia per i bambini che per le bambine. Secondo gli esperti della pedagogia Waldorf, c’è una bambola per ogni età del bambino. Le bambole Waldorf sono pensate per i bambini di tutte le età e si possono iniziare ad usare fin dai primi mesi

La bambola per i primi mesi di vita del bambino ha un corpo appena abbozzato e non ha i lineamenti del viso.

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Quando i bambini crescono le bambole cambiano insieme a loro e cominciano a prendere forma le gambe e le braccia. Con il passare degli anni la bambola riproduce lo sviluppo del bambino stesso.

Come sceglierle

L’ideale sarebbe realizzare una o più bambole Waldorf personalizzate per ogni bambino a cui regalarle come gioco educativo, ma queste bambole si possono anche acquistare visto che si trovano in vendita, ad esempio nei negozi specializzati in giocattoli steineriani e online. Trovate le bambole Waldorf fatte a mano in vendita nei mercatini delle scuole steineriane.

( leggi anche Principi educativi della pedagogia Waldorf.)

Principi educativi della pedagogia Waldorf.

La pedagogia Waldorf o steineriana è l’approccio educativo sviluppato su indicazioni di Rudolf Steiner a partire dal 1919. 

Leggi anche Metodo Waldorf Steiner: caratteristiche, obbiettivi educativi e approccio all’apprendimento.

  • Antropologia evolutiva

Secondo Steiner, la pedagogia deve essere dedicata completamente alle necessità di evoluzione del bambino. Si parla in questo caso di antropologia evolutiva. Non dovrebbe invece riguardare obiettivi quali la qualificazione professionale e la produttività economica, come invece viene richiesto dalla società industriale. Il bambino, crescendo, imparerà a comprendere quale sarà il proprio ruolo nel mondo e nella società, senza imposizioni da parte dei genitori.

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  • Importanza delle materie artistiche

Steiner credeva che l’aspetto congitivo-intellettuale dell’apprendimento non dovesse predominare a discapito delle materie artistiche, creative e artigianali. Dunque ecco una pedagogia che dà molto spazio alle materie artistiche e artigianali invece di basare la scuola solamente sul classico studio dei diversi argomenti. Gli elementi artistici ed espressivi dovrebbero essere presenti in ogni lezione. Si parla di “arte dell’educazione”.

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  • Amore per la natura

Ai bambini la pedagogia Waldorf insegna l’amore per la natura e il rispetto dell’ambiente. L’ambiente ideale per l’educazione dei bambini è rurale, quasi bucolico. Viene data molta importanza all’agricoltura naturale e alla provenienza del cibo. Si dà molto valore all’alimentazione biologica e biodinamica.

( il giardino delle emozioni laboratorio didattico )

  • Intelligenza manuale

Gli insegnamenti pratici della pedagogia Waldorf si collegano soprattutto allo svolgimento di attività manuali. I bambini, ad esempio, sono esortati a partecipare a laboratori creativi, artistici e viene data importanza all’insegnamento di attività pratiche come il lavoro a maglia.  Il lavoro manuale ha un alto valore pedagogico e formativo, sviluppa la coordinazione mano-occhio e mantiene il cervello in allenamento.

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  • I bambini imparano per immagini

La fantasia del bambino viene coltivata tramite le immagini. L’insegnamento immaginativo stimola le capacità di rappresentazione. Le fiabe raccontate ai bambini vengono accompagnate da immagini legate al mondo della fantasia. Anche nell’insegnare ai bambini a scrivere vengono utilizzate delle immagini. Le immagini fanno parte del modo di parlare dell’insegnante che dirà di “mettere il lucchetto alla bocca” invece che di “fare silenzio”.

  • Il ruolo delle fiabe

Steiner sosteneva che i bambini hanno bisogno di fiabe. Sottolineava l’importanza di raccontare ai bambini fiabe della tradizione popolare sia locale che del resto del mondo, in quanto le fiabe non soltanto rappresentano un patrimonio culturale inestimabile ma soprattutto perché per il bambino diventano uno strumento di crescita fondamentale. Le fiabe, con gli ostacoli e le prove da affrontare che le compongono, raccontano le tappe del cammino che il bambino si trova ad affrontare nella vita. Le fiabe danno conforto ai bambini e contribuiscono allo sviluppo della fantasia e alla comprensione delle emozioni.

  • Le bambole Waldorf

Le bambole Waldorf sono delle bambole morbide fatte a mano utilizzate per aiutare il bambino a sviluppare la fantasia. La caratteristica principale delle bambole Waldorf è la scarsa definizione dei tratti del viso, che serve per lasciare maggiore spazio all’immaginazione del bambino. In questo modo i bambini possono associare alle bambole le emozioni e le espressioni che preferiscono. Inoltre le bambole Waldorf vengono considerate uno strumento importante per facilitare il bambino nel dialogo con se stesso.

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  • Pedagogia curativa

Steiner ha dato vita ad un approccio educativo originale basato sulla pedagogia curativa. La pedagogia curativa serve ad accompagnare il processo evolutivo del bambino e del ragazzo nel momento in cui si trova di fronte ad ostacoli e momenti di difficoltà. In Italia il punto di riferimento per la pedagogia curativa, diffusa in 50 Paesi del mondo, è l’ ”Associazione di lingua italiana per la pedagogia curativa e socioterapia antroposofica”.

  • Emulazione e sperimentazione

I bambini imparano per emulazione, ad esempio imitando le attività in cui sono impegnati i genitori, e grazie alla sperimentazione, cioè mettendosi in gioco in prima persona in queste attività, quando è possibile. Osservare un genitore o comunque un familiare mentre prepara la cena, lavora a maglia o cuce a mano una bambola Waldorf diventa per il bambino uno spunto davvero concreto per l’apprendimento delle attività manuali.

  • Insegnanti come educatori

Nelle scuole steineriane gli insegnanti sono dei veri e propri educatori, in particolare durante i primo otto anni di scuola, periodo in cui rimangono sempre responsabili della stessa classe. Viene data inoltre molta importanza all’insegnamento delle lingue straniere fin dal primo anno di scuola. L’insegnamento delle lingue avviene grazie a giochi, conversazioni e recite.

Metodo Waldorf Steiner: caratteristiche, obbiettivi educativi e approccio all’apprendimento.

Le trasformazioni non avvengono mai da sole, ma nascono dal lavoro di personalità impegnate, che possono mutare il pensiero di un’intera epoca. Rudolf Steiner

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Metodo Waldorf  Steiner: a quali fasce d’età si rivolge?

L’approccio di Steiner è pensato per coprire tutto il ciclo educativo, dal nido a 18 anni.

In Italia, sono presenti strutture che applicano il metodo, gestite da associazioni di genitori che condividono le spese e la gestione economica.

A livello mondiale, esistono poco meno circa di un migliaio di scuole che si basano sul metodo Waldorf, concentrate soprattutto in Europa ma presenti anche negli altri continenti.

Caratteristiche principali: la necessità di stimolare

Tra le tendenze pedagogiche più diffuse in tutto il mondo, il metodo ideato del filosofo, pedagogista ed esoterista Rudolf Steiner (1861-1925) prende il nome dalla scuola per i figli degli operai della fabbrica Waldorf-Astoria che nel 1919 fu chiamato a dirigere.

Secondo lo studioso austriaco, è indispensabile stimolare, in modo armonico, le facoltà cognitivo- intellettuali (pensiero), quelle creativo-artistiche (sentimento) e pratico-artigianali (volontà) presenti in ogni essere umano.

Di conseguenza, il bambino ha diritto a esprimere tutte le sue potenzialità e talenti senza imposizioni e condizionamenti da parte degli adulti.

La pedagogia è l’arte dell’educazione e ha il compito di aiutare ogni bimbo a sviluppare le sue abilità elaborando in modo autonomo il suo pensiero e i suoi obiettivi.

Già in tenera età, l’immaginazione riveste un ruolo centrale: i giocattoli, per esempio, semplici e rudimentali, si prestano a essere usati in modi diversi e hanno lo scopo di stimolare la creatività.

Per questo, nel metodo Waldorf, anche l’ambiente deve essere a misura di bimbo e tutti sono liberi di intervenire (spostando, per esempio, mobili e arredi) per trasformarlo in base alla loro immaginazione.

Obiettivi e approccio verso l’apprendimento. Spazio libero a materie artistiche e artigianali

L’ideale antropologico di Steiner si traduce in un’offerta formativa che dà ampio spazio alle materie artistiche e artigianali senza privilegiare solo l’aspetto cognitivo dell’apprendimento.

Nelle scuole Waldorf, dunque, arte e lavori manuali, pittura, scultura e musica, accanto a maglia e cucito, lavorazione del legno o del metallo, giardinaggio, per esempio, hanno un ruolo fondamentale. Anche il gioco all’aria aperta (in qualsiasi stagione) occupa un posto di primo piano.

Ritmi e tempi individuali sono sempre rispettati e l’insegnante, che ha una importante funzione di guida, modello e confronto, segue le fasi dello sviluppo individuate da Steiner (da 0-7 anni; 7-14 anni; 14-21 anni) senza anticiparle. Per questo, per esempio, l’apprendimento della lettura e della scrittura è proposto solo dopo i 7 anni: prima di questa età, secondo il filosofo, il bimbo non è pronto, in quanto ancora legato alla fase pre-natale.

Il modello steineriano non prevede programmi scolastici predefiniti perché ogni alunno impara attraverso le esperienze condivise in classe e nel rapporto con l’insegnante. Anche i libri sono poco usati e non si ricorre ai voti, quindi il clima è tranquillo e mai competitivo.

Le lezioni hanno una sorta di ritmo costante che alterna esercitazioni, elaborazione e acquisizione di un tema che viene ripreso il giorno successivo. Di fatto, l’approccio è creativo e pratico anche verso le materie più tradizionali (le scienze, per esempio, si imparano con gli esperimenti pratici).

Le scuole Waldorf sono contrarie all’uso di televisione, computer e altri strumenti tecnologici da parte dei bambini.

Leggi anche Principi educativi della pedagogia Waldorf.