In nome di mio figlio

In nome di mio figlio è un libro in fase di stesura.

Introduzione

Ad oggi, sono circa quarantamila i giovani (tra neonati, bambini e ragazzi) ospitati in strutture di accoglienza perché allontanati dai propri genitori. Di questo «esercito di nessuno» solo uno su cinque sarà assegnato, con adozione o affido, in via definitiva; tutti gli altri rimarranno fino alla maggiore età relegati nelle strutture spesso senza mai incontrare i propri genitori. Le motivazioni con cui i servizi sociali scelgono di allontanare i figli dalle famiglie di origine appaiono molte volte lacunose e contradditorie. E quella che dovrebbe essere una nobile causa, l’allontanamento dei minori a fronte di abusi o comportamenti sconvenienti dei genitori, nasconde spesso un considerevole giro di denaro.

In Italia sono circa 1800 le case famiglia: quei luoghi deputati ad accogliere i bambini sottratti alle proprie famiglie; queste hanno un costo, per lo Stato, che varia dai 100 ai 400 euro a bambino al giorno alimentando un giro di denaro pari a circa due miliardi di euro annui.

Il mio obbiettivo non è puntare il dito, ma metterlo nella piaga, affinché si possa far chiarezza e, soprattutto, giustizia. Per i tribunali italiani la vita delle persone si riduce ad essere un fascicolo impolverato in uno dei tanti distretti. Dietro questi fascicoli ci sono delle storie che a noi non spetta giudicare, ma comprendere. Le storie contenute in questo testo (ancora inedito) mi sono state gentilmente donate dalle mamme protagoniste delle varie vicende, che io ho scelto di narrare in prima persona con la speranza che i lettori possano rivedersi negli stati d’animo descritti. Mi auguro di aver trovato le parole giuste per raccontare queste storie di grande dolore. Ogni storia all’interno del testo non ha un titolo specifico, ma solo uno identificativo; i capitoli sono infatti fascicoli numerati, perché le vite di queste persone sono questo per i tribunali. La scelta è un po’ provocatoria, o forse semplicemente realistica. Le storie che trovate di seguito sono la prima bozza del progetto.

Ringrazio chi sta contribuendo con la propria partecipazione alla stesura del libro “In nome di mio figlio”. Ricordo che il libro è ancora in fase di stesura e chi volesse partecipare può inviarmi un’email con un breve riassunto della propria storia. Mi scuso con le mamme che si aspettavano l’uscita del testo entro il 2017,perché per motivi di tempo e per problemi familiari, non sono ancora riuscita a finire.

images

Le storie ( prima bozza)

Fascicolo 1

<< E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale.

Di nulla sia detto: “è naturale” in questi tempi di sanguinoso smarrimento,

ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità,

così che nulla valga come cosa immutabile.>>

(Bertolt Brecht)

Eravamo una famiglia normale, o almeno era quello che credevo fino al giorno in cui non mi vidi sgretolare davanti tutte le mie convinzioni e tutto ciò che avevo costruito.

Oggi con il senno di poi mi dico che forse la normalità è solo qualcosa a cui ci abituano, qualcosa che ci lasciano credere sia l’unica possibile. E’ come trovarsi davanti una sola strada pur sapendo che al mondo ve ne sono a migliaia. Il sentiero battuto ci sembra sempre la scelta giusta, l’unica normale, come seguire la prassi e alla fine scoprire che ci ha solo condotti davanti a un dirupo.

Il vuoto trova la sua consistenza nell’umana fragilità, ed è li che fanno il nido gli avvoltoi.

E’ una strana sensazione ripercorrere la propria vita con il senno di poi e domandarsi se in un determinato momento, forse, la scelta giusta sarebbe stata un’altra, quella meno normale.

Avevo una bella famiglia, due bambine e un marito che ci amava. Era una bella favola la nostra, me lo ha lasciato credere per anni, fino al giorno in cui non ho scoperto che l’orco cattivo lo avevamo in casa. Il padre delle mie due figlie, all’epoca mio marito, era un operaio e lavorava dal Lunedì al Venerdì, mentre io, per arrotondare, il Sabato facevo le pulizie a casa di un’anziana signora. Conducevamo una vita modesta, cercando di non far mancare nulla alle bambine e di gestire la nostra famiglia con le nostre sole forze, per questo io lavoravo solo il Sabato quando mio marito era libero e poteva accudire le bambine. Volevo essere io a crescermele, non volevo che un domani la maggior parte dei loro ricordi quotidiani fossero con la babysitter o con un parente. Mi piaceva accudire la casa e prendermi cura delle miei figlie e di mio marito. La mattina mi alzavo presto, preparavo il caffè e salutavo mio marito che andava a lavoro. Poco dopo svegliavo le bambine, preparavo loro la colazione e le accompagnavo a scuola. Poi mi recavo a fare la spesa e a casa a rifare i letti, le faccende domestiche e preparare il pranzo. Il pomeriggio ero solita preparare torte o biscotti, perché preferivo una merenda fatta in casa alle comuni merendine del supermercato. Le bambine si divertivano molto ad aiutarmi nella preparazione della merenda, adoravano pasticciare con l’impasto dei biscotti e formare delle palline che dopo avrei infornato e poi ricoperto di cioccolato. Come tutte le famiglie dopo cena facevano il bagnetto e andavano a letto. Mio marito arrivava stanco, dopo cena si stendeva sul divano e si addormentava davanti alla tv. Dopo i primi anni di matrimonio non parlavamo molto, lui rientrava solo la sera e quando lo svegliavo, dopo essersi addormentato sul divano, andavamo a letto, senza scambiare una parola. Forse sarei dovuta essere una moglie più presente, mentre ero troppo intenda a fare la madre, o forse le cose non sarebbero comunque andate diversamente. Il Sabato mattina mi recavo a lavoro e lasciavo le bambine con il padre, convinta che non potessi lasciarle in mani migliori. Un giorno mia figlia, che all’epoca aveva quasi sei anni, mi disse che il papà non giovava con loro, perché stava sempre davanti al computer a parlare con una donna. Le chiesi di raccontarmi cosa si dicevano e mi disse che nello schermo del computer c’era una donna nuda che si faceva delle carezze e che il papà faceva lo stesso, mentre lei e la sorellina più piccola giocavano nella stessa stanza.

Davanti alle affermazioni di mia figlia rabbrividii. Rimasi immobile alcuni istanti, quasi fossi pietrificata, poi la voce di mia figlia mi fece tornare in me. Cercai di tranquillizzarla e le dissi che avrei parlato con il papà e che gli avrei detto di non parlare più con questa donna e di giocare un po’ con lei e la sorella. Quel pomeriggio fu in assoluto il pomeriggio più lungo della mia vita, davanti ai miei occhi, come in un film, gli anni della mia vita mi passarono davanti, per poi sgretolarsi come vetro all’impatto con il pavimento. La stessa cosa accadde al mio cure per l’impatto con una realtà che non avrei mai immaginato. La sera dopo cena misi a letto le bambine e parlai con mio marito di ciò che mi aveva riferito nostra figlia. Mi accusò di credere alle fantasie di una bambina che doveva solo aver visto qualche immagine di nudo sul web, cosa comune ormai nelle riviste cartacee quanto in quelle digitali. Ammise di aver guardato riviste maschili, come tutti gli uomini, e aggiunse che questo non era un buon motivo per aggredirlo, né tanto meno per mandare in frantumi un matrimonio. Mi accusò di non avere fiducia in lui e fece di tutto per far sì che credessi alla sua versione dei fatti. Quella notte non riuscii a dormire, il dubbio di quale fosse la verità mi tenne sveglia fino al mattino seguente. Il giorno successivo, dopo aver portato le bambine a scuola, mi recai da mia suocera e le raccontai quanto accaduto. La sua reazione non fu quella che mi aspettavo. Da madre pensavo che avesse provato a capirmi, invece, prima che alle mie figlie pensò a suo figlio e al buon nome della sua famiglia. Mi disse che suo figlio era un buon padre e un buon marito e che, forse, quella che non andava bene ero io, poiché avevo trascurato suo figlio e lui, come avrebbe fatto ogni altro uomo, aveva dovuto cercare svago in qualche rivista o film porno. Mentre andavo via mi chiese di non prendere più l’argomento per nessun motivo e di non infangare il nome di suo figlio o me l’avrebbe fatta pagare. Ero distrutta ma non potevo far finta di nulla e lasciare che le mie figlie andassero in contro a qualcosa di peggiore. Tornai a casa e parlai nuovamente con mia figlia per avere più dettagli sulla vicenda. Dopo un po’ la bambina mi disse che ogni tanto il papà, dopo aver finito di parlare con la signora del computer, si sedeva con loro nel divano e le accarezzava. In cuor mio sperai fossero solo delle fantasie, scaturite dal vedere il padre e la donna in webcam accarezzarsi, ma dovevo comunque impedire che accadesse qualcosa alle mie figlie. Andai da mio fratello e gli raccontai tutto. Mi disse che per denunciarlo dovevo avere delle prove o lui, insieme alla sua famiglia, avrebbero fatto in modo di dichiararmi pazza. Decidemmo di incastrare mio marito con un video. Con l’aiuto di mio fratello creai un account falso e contattai mio marito per vedere la sua reazione. In chat feci la misteriosa, niente foto né audio. Gli scrissi che mi eccitava vedere un uomo che si masturbava e che mi sarei lasciata andare solo dopo di lui. Al contrario delle mie previsioni lui stette al gioco. Era sabato, lui teneva le bambine e pensava fossi a lavoro, invece, stavo dietro un pc. Al di là dello schermo vedevo passare e spassare le mie figlie mentre lui, come se niente fosse, si masturbava. Mio fratello riprese la scena e mi recai in commissariato a denunciare mio marito, ignara del fatto che da lì a poco la mia vita sarebbe diventata un inferno.

Dopo la denuncia io e le mie figlie fummo condotte in una casa famiglia, che si rivelò una prigione.

Le regole erano rigide, ma ancora di più lo erano i dipendenti e gli amministratori. Le bambine soffrivano terribilmente, sia per il distacco dal padre e sia per l’allontanamento dalla casa in cui erano nate e cresciute. Nella casa famiglia eravamo pressate da psicologi e assistenti sociali, oltre che limitate negli spostamenti e nelle scelte. Mi sentivo soffocare, non mi era più concesso di scegliere per me e per le mie figlie. Mi sentivo privata di un’identità, lì dentro ero solo un fascicolo di tribunale, un caso tra i tanti. Quando parlavo con la psicologa mi domandavo se riuscisse realmente a capirmi. Oggi sono convinta di no. E’ sempre la stessa storia: una donna che denuncia è depressa o pazza. E’ semplice fare una diagnosi senza cognizione di causa, più complicato, invece, è comprendere l’intimo umano, suscettibile e fragile. La pazzia è forse uno stato emotivo? Di certo è una verità più soggettiva che oggettiva. Ad esempio non è da pazzi pensare di guadagnare sulle altrui sventure? Eppure ciò accade. Non sta a me giudicare l’operato delle persone coinvolte, a me spetta, invece, chiedere giustizia per me e per i miei figli. E’ mia la facoltà di dire che esiste un’altra verità, la mia. Ambientarci ci riuscì difficilissimo, anzi, non ci riuscimmo mai del tutto. Le mie figlie non gradivano il cibo e a nulla servivano i miei tentativi di fargli avere altro. Il materiale didattico tardava ad arrivare e dovevamo arrangiarci nello svolgimento dei compiti. Le lamentele non erano gradite e venivano viste come un tentativo di danneggiare l’immagine della struttura.

Io non ero ben vista perché parlavo senza timore, cosa che pagai amaramente. La mia condotta venne continuamente messa in discussione, fino alle drastiche vicende che seguirono alla mia permanenza nella struttura. Dopo due anni conobbi un uomo e provai a rifarmi una vita, era straniero ma con un regolare permesso di soggiorno e un lavoro. Alcuni mesi dopo rimasi incinta del mio nuovo compagno e rimasi nella casa famiglia per il periodo della gravidanza. Con mia immensa gioia nacquero due gemelli, di cui io e il padre eravamo follemente innamorati. Per i primi tre mesi di vita dei bambini rimasi ancora nella casa famiglia, poi mi fu detto che potevo andare a vivere con il mio nuovo compagno e portare con me i figli nati da questa relazione, mentre per le altre due bambine avrei dovuto aspettare il permesso del giudice, che sarebbe dovuto arrivare da lì a poco, almeno cosi mi fu detto. Ero felicissima. Ero convinta che finalmente la mia vita sarebbe cambiata in meglio e che io e i miei figli ne avremmo ripreso il possesso. Mi sbagliavo. Il permesso per portare con me le mie figlie non arrivò mai, al contrario mi furono tolti anche i gemelli. Un giorno arrivò una chiamata dalla questura per controllare che il mio attuale compagno fosse in regola nel nostro paese. Una volta giunti in questura, dopo ore, mi furono portati via i gemelli. Compresi in quell’istante che tutto era stato organizzato con l’intendo di portare via i miei bambini.

Distrutti dal dolore e adirati, io e il mio compagno, rientrammo a casa. Nei giorni successivi provammo a riavere i nostri bambini, facendo tutto ciò che ci era possibile fare, ma ciò non servì a riportarli a casa. Ero a pezzi, la mia famiglia era nuovamente distrutta e con essa il sogno di una nuova vita felice. Passò poco che anche il rapporto con il mio compagno iniziò a sgretolarsi, forse per via del fatto che mi ritenesse colpevole dell’allontanamento da casa dei nostri figli, o forse perché presa com’ero dal tentare di riavere i miei figli, avevo trascurato la mia relazione, anziché alimentarla, cercando di tenere unito quello che ormai rimaneva della mia famiglia. Un giorno, senza darmi tante spiegazioni, mi comunicò che sarebbe andato via, perché tanto la nostra famiglia non esisteva più. Rimasi sola, senza soldi e senza lavoro. La mia situazione economica peggiorò di giorno in giorno e con essa la possibilità di riavere i miei bambini. Non potei più tornare a vivere con loro nella casa famiglia, perché dagli atti ero scappata e non ero dunque idonea a stare accanto ai miei bambi, poiché il mio gesto, agli occhi di chi trattava la mia vita come un caso, simboleggiava instabilità. Dopo un po’ ho trovato lavoro come badante presso una famiglia che mi ha accolta nella loro casa, dove tuttora vivo. Non vedo i miei figli da quattro anni, né ho loro notizie da fonti ufficiose, so solo che le bambine sono state dichiarate adottabili, mentre i gemelli, per via della doppia cittadinanza, possono solo essere dati in affidamento.

Annunci