La madre castrante

madre castranteOggi mi sono trovata a riflettere sui legami, da non confondere con le relazioni. I legami possono far bene, come male, soprattutto se sono troppo forti. L’attaccamento morboso a qualcuno o qualcosa, ha nell’individuo un effetto devastante. Occorrerebbe educare all’amore sano, ma spesso la società ci offre modelli distruttivi Per costruire relazioni sane occorre la giusta dose di distacco dal legame. I legami, sin da bambini, dovrebbero essere equilibrati, senza creare dipendenza dall’altro. La prima figura di attaccamento si ha nel rapporto madre figlio, ed è questo che in parte comprometterà l’esito di tutti i futuri legami. Nel linguaggio comune chiamiamo mamma chioccia una mamma assillante e iperprotettiva; in ambito medico questa figura viene definita madre castrante. Una madre castrante è quella che non permette ai figli di andare sulle proprie gambe e deve conoscerne ogni singolo passo ancor prima che lo compiano, proprio a fine di evitarne l’errore. Ma l’errore più grande è proprio questo: tenere i figli in una sfera di cristallo. L’errore è indispensabile per una crescita sana ed equilibrata. L’errore permette di acquisire conoscenza e consapevolezza, da queste poi ne deriva l’autonomia. I figli cresciuti da madri castranti hanno grandi difficoltà a diventare grandi e maturare. Bisogna lasciar respirare i figli, controllarli troppo distrugge anche la loro autostima, poiché li induce a pensare che la madre non si fida di loro. E se la madre non si fida, non può che essere perché non sono in grado di badare a se stessi, di fare una determinata cosa, o di raggiungere un obbiettivo senza la supervisione costante della stessa.

La madre castrante ha una personalità fragile, ma allo stesso tempo la mania del leader. I figli devono costantemente tenerla in considerazione e metterla al centro dell’attenzione.

Non esistono madri perfette, ma solo madri che crescono insieme ai loro figli. Nel mio piccolo non li assillo, do loro fiducia e questo genera libertà di confronto. Nessun discorso tabù, nessuna inibizione.Libertà di scelta. I miei figli escono tranquillamente e mi chiamano quando vogliono essere ripresi, in questo tratto di tempo li chiamo una volta se si tratta di ore, diversamente aspetto che siano loro a chiamarmi. Se li assillassi spegnerebbero il telefono e mi direbbero una cosa per un’altra. Negli adolescenti è abitudine comune mentire sul luogo dove andranno, e io voglio passare un altro messaggio: potete andare ovunque, basta che so dove andate e se non avete come andare o tornare, mi chiedete di accompagnarvi o riprendervi. Spero che da grandi non avranno bisogno di mentirmi, come alcuni uomini fanno con le madri castranti.

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Halloween sì; Halloween no. La vera storia.

 

Halloween è una festa tanto popolare quanto discussa. Ormai manca poco ed è facile imbattersi nel solito dibattito: Halloween sì; Halloween no, che divide l’opinione pubblica creando due schieramenti opposti, soprattutto di mamme. Da una parte troviamo delle mamme intente a intagliare zucche e preparare dolcetti; dall’altra delle mamme “anti Halloween” che, a quanto dicono, non vestiranno mai i loro figli, né apriranno la porta al suono di : “dolcetto o scherzetto?”. Le motivazioni sono tante e tutte discutibili. Come sempre si passa da un eccesso all’altro senza averci capito una fico secco, nella maggior parte dei casi. Insomma, come spesso accade, molte cose non ci entrano in zucca! E sono sempre i dettagli che farebbero la differenza. Probabilmente anche voi vi sarete imbattuti in vari post su facebook in cui si scatena una “guerra” che vede protagonisti su un fronte i devoti del patriottismo che rivendicano il diritto alla conoscenza delle proprie di tradizioni, sull’altro i fan dei festini che rivendicano il diritto di fare festa. Fermi tutti. Il punto non è poter fare o meno festa, né il pericolo perdere le proprie tradizioni, la conoscenza è sempre ricchezza, conoscere altre realtà non significa dimenticare le proprie. La questione è una sola: conoscere per comprendere e per poter scegliere. Mamme aperte al nuovo, forse, e mamme legate alle proprie tradizioni: non esiste il torto e la ragione, ma solo il punto di vista.

Detto ciò andiamo a conoscere le vere origini di Halloween.

Pochi sanno che Halloween non nasce in America, ma bensì in Irlanda. Le sue origini sono antichissime e risalgono al dominio dei Celti. Halloween corrisponde infatti a Samhain, il capodanno celtico.

Il nome Halloween (in irlandese Hallow E’en), deriva dalla forma contratta di All Hallows’ Eve, dove Hallow è la parola arcaica inglese che significa Santo: la vigilia di tutti i Santi, quindi. Ognissanti, invece, in inglese è All Hallows’ Day.

I Celti erano prevalentemente un popolo di pastori, dunque i ritmi della loro vita erano scanditi dai tempi che l’allevamento del bestiame imponeva, tempi diversi da quelli dei campi. Alla fine della stagione estiva, i pastori riportavano a valle i loro greggi, per prepararsi all’arrivo dell’inverno e all’inizio del nuovo anno. Per i Celti, infatti, l’anno nuovo non cominciava il 1° gennaio come per noi oggi, bensì il 1° novembre, quando terminava ufficialmente la stagione calda ed iniziava la stagione del freddo.

Il passaggio dall’estate all’inverno e dal vecchio al nuovo anno veniva celebrato con lunghi festeggiamenti, lo Samhain , che deriverebbe dal gaelico samhuinn e significa “summer’s end”, fine dell’estate. In Irlanda la festa era nota come Samhein, o La Samon, la festa del Sole, ma il concetto è lo stesso.

In quel periodo dell’anno i frutti dei campi (che pur non essendo la principale attività dei celti, venivano comunque coltivati) erano assicurati, il bestiame era stato ben nutrito dell’aria fresca e dei pascoli dei monti e le scorte per l’inverno erano state preparate. La comunità, quindi, poteva riposarsi e ringraziare gli Dei per la loro generosità. Ciò avveniva tramite lo Samhain, che, inoltre, serviva ad esorcizzare l’arrivo dell’inverno e dei suoi pericoli, unendo e rafforzando la comunità grazie ad un rito di passaggio che propiziasse la benevolenza delle divinità.

La morte era il tema principale della festa, in sintonia con ciò che stava avvenendo in natura: durante la stagione invernale la vita sembra tacere, mentre in realtà si rinnova sottoterra, dove tradizionalmente, tra l’altro, riposano i morti. Da qui è comprensibile l’accostamento dello Samhain al culto dei morti.

I Celti credevano che alla vigilia di ogni nuovo anno, cioè il 31 ottobre, Samhain chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti e che le forze degli spiriti potessero unirsi al mondo dei viventi, facendo sì che l’aldilà si fondesse con il mondo dei vivi e permettendo agli spiriti erranti di vagare indisturbati sulla Terra.

Samhain era, quindi, una celebrazione che univa la paura della morte e degli spiriti all’allegria dei festeggiamenti per la fine del vecchio anno.

 

La vera storia di HalloweenDurante la notte del 31 ottobre si tenevano dei raduni nei boschi e sulle colline per la cerimonia dell’accensione del Fuoco Sacro e venivano effettuati sacrifici animali. Vestiti con maschere grottesche, i Celti tornavano al villaggio, facendosi luce con lanterne costituite da cipolle intagliate al cui interno erano poste le braci del Fuoco Sacro. Dopo questi riti i Celti festeggiavano per 3 giorni, mascherandosi con le pelli degli animali uccisi per spaventare gli spiriti.

In Irlanda si diffuse l’usanza di accendere torce e fiaccole fuori dagli usci e di lasciare cibo e latte per le anime dei defunti che avrebbero reso visita ai propri familiari, affinché potessero rifocillarsi e decidessero di non fare scherzi ai viventi.

la vera storia di halloween

L’importanza che la popolazione celta attribuiva a Samhain risiede nella loro concezione del tempo, visto come un cerchio suddiviso in cicli: il termine di ogni ciclo era considerato molto importante e carico di magia. Insieme a Samhain (31 ottobre, appunto) si festeggiavano Lughnasadh (1 agosto), Beltane (30 aprile o 1 maggio), Imbolc (1-2 febbraio), Yule (21 dicembre), Ostara (21 marzo), Litha (21 giugno) e Mabon (21 settembre).L’avvento del Cristianesimo non ha del tutto cancellato queste festività, ma in molti casi si è sovrapposto ad esse conferendo loro contenuti e significati diversi da quelli originari.

La vera storia di HalloweenVerso la metà del XIX secolo, l’Irlanda fu investita da una terribile carestia. In quel periodo per sfuggire alla povertà, molte persone decisero di abbandonare l’isola e di tentar fortuna negli Stati Uniti, dove crearono, come molte altre nazionalità, una forte comunità. All’interno di essa venivano mantenute vive le tradizioni ed i costumi della loro patria, e tra di essi il 31 Ottobre veniva celebrato Halloween. Ben presto, questa usanza si diffuse in tutto il popolo americano, diventando quasi una festa nazionale. Più recentemente, gli Stati Uniti grazie al cinema ed alla televisione hanno esportato in tutto il mondo i festeggiamenti di Halloween, contagiando anche quella parte dell’Europa che ne era rimasta estranea.

Negli Stati Uniti Halloween ha perso i suoi significati religiosi e rituali, ed è diventata un’occasione per divertirsi e organizzare costosi e allegri festeggiamenti.

La vera storia di Halloween

Per concludere…

Avendo approfondito l’argomento, ritengo la festa di Halloween una tradizione “importabile”, poiché, al contrario di quel che si pensa, racconta la storia di un popolo e le tradizioni “contadine” e rurali, che appartengono un po’ a tutti i popoli.

FELICE HALLOWEEN

 

 

 

 

 

 

Madri inadeguate.

 

Due bambini morti. Due madri con evidenti problemi a gestire tutto: famiglia e problematiche logistiche da un lato, economiche e sociali dall’altro.

Arezzo, muore bimba lasciata in auto dalla madre

Da un lato una famiglia benestante e una madre alle prese con il rientro al lavoro, con una carica di responsabilità e con una bambina piccola da accudire, oltre alla casa e un marito. Una bambina che vista la tenera età richiede molto impegno, fisico e mentale. Ritmi di vita ancora non del tutto stabilizzati: risvegli notturni, pappe e borsoni sempre dietro. Un ritmo pesante per una madre che probabilmente dorme poco e corre troppo.

Ferrara, partorisce e mette neonato in freezer

Dall’altro una famiglia socialmente svantaggiata, una madre, 6 figli, i soldi che non bastano, il degrado, una nuova gravidanza e l’intero peso sulle spalle. Una vita con un ritmo apparentemente lento in cui la mente, però, lavora al ritmo della luce per trovare soluzioni su come portare un pasto a tavola, comprare un capo di abbigliamento, dare ai figli un destino diverso.

Due padri di cui la cronaca parla poco e su cui l’opinione pubblica si scaglia in misura nettamente inferiore: sono uomini.

Appare evidente che le dinamiche con cui una madre sceglie di uccidere sono diverse da quelle in cui una madre non riesce ad evitare la fatalità. Stanchezza, stress e solitudine interiore. INGIUSTIFICABILE. Eppure le cause di quanto è successo vanno ricercate in questi problemi. E la colpa non solo nelle madri ma nel contesto sociale, che da un lato ci vuole impeccabili e perfette, dall’altro ci tiene ai margini.

Il colpevole? Tanto la madre, quanto il padre, quanto il contesto e LA MANCANZA DI POLITICHE PER LA FAMIGLIA E DI UNA RETE SOCIALE che supporti la famiglia e la figura della madre su cui ricade tutto, anziché distruggere la famiglia con facili allontanamenti, che allontanano le madri anche solo dall’ipotesi di chiedere aiuto.

Riflettiamo: le possibilità di cui disponiamo per gestire la nostra vita derivano soprattutto dal contesto in sui siamo cresciuti e dalle idee prese in prestito o formulate da noi che nel corso degli anni hanno formato la nostra personalità. Oltre che di pensiero siamo fatti di carne, e il corpo, come la mente, necessità di un mantenimento giornaliero.

Curare il corpo e la mente dovrebbe essere una priorità, ma al giorno d’oggi presi dei ritmi di vita frenetici ciò non sempre ci riesce per il meglio, con conseguenze più e meno drastiche per noi e per le persone che ci stanno accanto o che dipendono da noi: i figli.

Il contesto in che modo e in che misura influisce nella nostra vita e nella gestione di questa? Influisce parecchio: le idee, le abilità che sviluppiamo, le possibilità economiche di cui disponiamo, l’ambiente idoneo o meno…sono tutte cose che sono parte di noi e che ci aiutano o meno ad affrontare la vita e le dinamiche di questa.

” Ad averci i soldi tutto sarebbe più semplice”

“Ad avere il tempo tutto sarebbe più semplice”

Questi due dei pensieri  che sfiorano le nostre vite in base alle situazioni che viviamo. Sono affermazioni vere, ma sono anche dettagli su cui concentrarsi per capire in che modo possiamo risolvere la questione che ci affligge, dove possiamo trovare le risorse, economiche o logistiche, per vivere meglio la nostra vita e per stare bene dentro quello che è il nostro contesto.

Non è semplice raggiungere un equilibrio né lo è sempre capovolgere la nostra situazione dall’oggi al domani. Possiamo contare solo su noi stesse, questa è tanto una convinzione che abbiamo, quanto un’impressione. La verità è che possiamo contare solo su noi stesse in percentuale maggiore, ma su una serie di persone e risorse in un modo o in un altro. Abbiamo bisogno di elaborare un piano di vita su misura, che si adatti alla nostre esigenze ma anche alle nostre possibilità. Il segreto sta soprattutto nel trasformare le aspettative in obbiettivi e nell’individuare le abilità in nostro possesso per fare in modo che ciò si concretizzi.

Caso di Arezzo:

Probabilmente molti riterranno questa madre più dedita alla carriera che alla figlia. Dobbiamo domandarci perché solo la madre? Perché il padre in diversa misura?

Perché la donna dovrebbe scegliere di precludersi la possibilità di fare carriera?

Per una donna è utile lavorare, anche nell’ottica che oggi un compagno c’è, domani non si sa. Quindi andrebbero divise le responsabilità e favorite le condizioni, con lavori part time e servizi.

Caso di Ferrara

Riferendomi al caso del neonato ritrovato nel freezer…l’educazione sessuale andrebbe insegnata sin dalle elementari, come gli anticoncezionali e le info su quanto prevede la legge in materia di interruziome di gravidanza. Ci scagliamo contro l’aborto e poi non muoiono feti ma lattanti. Riflettiamo. Lo stato ha il dovere di garantire alle donne il diritto all’aborto, senza farle passare per sensi di colpa e per iter complicati e lunghi.

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Decluttering emotivo: Sbarazzarsi dai pesi interiori e delle emozioni dannose

Associazione ricreativa culturale Amnesia Club

Ho il piacere di comunicarvi che da oggi l’Associazione ricreativa culturale Amnesia Club è operativa. Nel blog trovate la storia, la mission e le modalità per sostenerci. L’associazione opera per l’attuazione dei principi di uguaglianza, di pari dignità sociale e di pari opportunità, rivolgendo particolare attenzione alle categorie maggiormente danneggiate: madri e bambini. La missione dell’associazione è quella di costruire una società giusta ed equa che mette in primo piano diritti umani, pace e solidarietà.

E’ possibile sostenerci in diversi modi, non solo economici. C’è posto per tutti e sono certa che ognuno individuerà il modo per sostenerci in base alle proprie possibilità. Se condividete gli stessi obbiettivi potete sostenerci anche facendo conoscere l’associazione, gli obbiettivi e i progetti tramite condivisione sui social e passa parola tra amici e parenti. Grazie a chi dedicherà un po’ di attenzione a questo piccolo progetto che spero di far crescere con l’aiuto di altri.

Visitate il blog dell’associazione: Blog Associazione ricreativa culturale Amnesia Club

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E-learning la formazione conciliabile con il ruolo di mamma

E-learning la formazione conciliabile con il ruolo di mamma

L’arrivo di un bambino rappresenta per le donne un momento di grande gioia, ma spesso anche un ostacolo per la propria carriera. Molte mamme dopo la maternità fanno un’enorme fatica a rimettersi in gioco, alcune perdono il lavoro, altre ci rinunciano perché inconciliabile con il ruolo di mamma, soprattutto a causa della poca flessibilità degli orari e dei costi delle strutture per l’infanzia. Ma per alcune il lavoro rappresenta una vera e propria necessità, come una necessità rappresenta il fatto di poterlo coniugare con il ruolo di mamma. Lavorare in modo autonomo e flessibile rappresenta un traguardo che poche riescono a tagliare. Ormai il mondo del lavoro è incerto e il posto fisso un miraggio, cosi si fanno strada nuove professioni che, se perseguite con costanza e impegno, possono rappresentare una svolta e un occasione. Oggi è possibile frequentare online svariati corsi professionali, che dallo la possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro, ma a volte, anche quella di auto gestirsi.

Parliamo di e-learning la nuova frontiera della formazione.

 

Seguire training on line dal proprio computer è sicuramente una comodità e un risparmio in termini di risorse economiche (spostamenti, benzina,…) e di tempo. Capiamo però pregi e difetti di questa tipologia di formazione.

Prima di parlare di vantaggi e svantaggi diamo una definizione di e-learning: è un apprendimento on line dove, grazie all’uso di tecnologie multimediali e di Internet, si effettuano corsi di formazione professionale. L’accesso alle risorse e ai servizi è semplificato dagli strumenti digital e dalla connessione da remoto.

I 10 PRO sono:

  1. Facile condivisione dei contenuti con persone situate a grandi distanze
  2. Possibilità di apprendere secondo i propri ritmi di comprensione
  3. Possibilità di apprendere quello che serve quando serve, secondo la filosofia “Just in time and just enough”
  4. Possibilità di riconsultare i materiali on line e di vedere gli aggiornamenti inseriti dal docente in tempo reale
  5. Possibilità di personalizzare la struttura dei contenuti e di calendarizzare gli impegni
  6. .Minori costi rispetto alla partecipazione a formazioni tradizionali (nessun allontanamento del dipendente da istruire dal posto di lavoro quindi una forte crescita della produttività individuale)
  7. Possibilità di monitorare il proprio apprendimento grazie a software che rilevano i risultati (KPI) e gestiscono la didattica
  8. Lezioni con supporti più semplici e d’appeal come audio, animazioni e video rispetto alle solite dispense, che fanno crescere in modo esponenziale la capacità cognitiva di chi partecipa
  9. Standardizzazione della metodologia d’insegnamento e conseguente uniformazione dei livelli di conoscenza dei partecipanti
  10. Facilità e tempestività d’aggiornamento dei contenuti

I 5 CONTRO:

  1. Alcune persone potrebbero soffrire la mancanza dell’interazione “fisica” con il docente
  2. Si dà meno importanza agli elementi non verbali della spiegazione
  3. .Mancanza dell’aspetto sociale della relazione
  4. La mancanza della presenza di altri allievi e del docente potrebbe ridurre la motivazione all’apprendimento
  5. Riduzione della competizione con gli altri studenti

Sì all’e-learning, perché?

  • Perché le esigenze della formazione cambiano rapidamente e dobbiamo stare al passo con i tempi
  • perché essendo digital è più flessibile
  • perché agevola l’accesso all’istruzione per tutti
  • perché è conciliabile con il ruolo di mamma

Moms Don’t Quit: mamme il mondo del lavoro ha bisogno di voi.

 

Moms Don’t Quit è un’iniziativa contro quei pregiudizi che spingono ogni anno migliaia di donne a scrivere la loro lettera di dimissioni, costrette a scegliere tra maternità e lavoro.

È una lettera, che mostra l’unica possibile alternativa che le mamme hanno, ma che non sceglierebbero mai: smettere di fare le madri.

 

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La maternità non è un problema per la donna che lavora. Le mamme non sono una zavorra della società, lavoratrici da appallottolare e buttare via come una cartaccia. Proprio dall’Italia, che per anni ha adottato la prassi delle dimissioni in bianco in caso di gravidanza, nasce l’importante campagna di comunicazione dal titolo “Moms Don’t Quit – le mamme non si dimettono”.

Tutta la campagna ruota attorno ad un video provocatorio: cosa accadrebbe se le donne consegnassero ai loro figli una lettera di dimissioni dal ruolo di mamma? La risposta dei bambini è un insegnamento di vita. Invita a pensare, a porsi delle domande e a trovare delle soluzioni. Soprattutto visto che ancora tanti datori di lavoro, le dimissioni per le donne in gravidanza le considerano “necessarie”. Il mondo del lavoro ha bisogno delle mamme, questo è il messaggio centrale della campagna. “Moms don’t quit” è un progetto di comunicazione sociale e di sensibilizzazione, ideato e realizzato da FCB Milano, Agenzia Pubblicitaria player Internazionale, che opera in Italia da oltre 45 anni. Sostengono l’iniziativa: Corriere della Sera; Io donna; Insieme e Io e il mio bambino.

Oltre la campagna c’è anche una petizione online (clicca qui per maggiori informazioni: http://www.momsdontquit.it/mdq/homepage/ ) diretta al Ministro Delle Pari Opportunità, al Presidente Della Repubblica Italiana, al Presidente Del Senato e al Presidente Della Camera. L’obiettivo è quello di creare al più presto un tavolo di lavoro parlamentare, che possa coinvolgere mamme che hanno perso il lavoro e lavoratrici in gravidanza, al fine di creare una specifica agenda parlamentare su questi temi: sblocco immediato delle iniziative previste dalla Legge di Stabilità ed iniziative concrete volte a modificare il contesto culturale nel quale ancora oggi troppe donne sono costrette a scelte che compromettono l’importante valore da loro apportato al mondo del lavoro.

La campagna

 

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Nina e i diritti delle donne.

Mi piace essere femmina. Sono contenta di essere nata dopo tutti questi cambiamenti. Non so cosa voglio fare da grande, sono indecisa tra mille possibilità. Una cosa ancora non ho capito: perché nel mio cognome non c’é anche quello di mamma?

Nina e i diritti delle donne

 

 

Autore: Cecilia D’Elia

Genere: Ragazzi Illustrato

Editore: Sinnos

 

 

 

 

Nina è una bambina dei nostri giorni. Vive con i genitori e suo fratello. E’ felice, non le manca niente. In casa sua, tutti, a parte la mamma, portano il cognome del papà. Da questa curiosa e semplice constatazione, si avvia una bella storia. La storia delle donne della famiglia di Nina, che scorre parallela alla dura battaglia per la conquista dei diritti femminili. A raccontarla è sua madre Carla . Nina è tutta orecchi. Ascolta le vicende della sua bisnonna, della sua nonna, apprendendo l’amarezza delle ingiustizie subite dal così detto “sesso debole”. Oggi le cose sono cambiate, per fortuna. Le donne possono studiare, partecipare alla società.

Il racconto di come è cresciuta l’’ Italia attraverso l’’ evoluzione dei costumi, delle donne e della società intera: per mostrare ai giovani lettori e lettrici che niente si può dare per scontato e che tanti diritti, che oggi sembrano ovvi, sono in realtà frutto di grandi battaglie.

Nina e i diritti delle donne narra lo specchio di tre generazioni di madri e figlie che, in un passaggio ideale di testimone, si tramandano i germi della propria dignità, nel rispetto delle differenze, in risposta alla cultura fortemente patriarcale che ha connotato buona parte delle stagioni della nostra Italia.

Il libro ricorda grandi figure femminili che hanno fatto la storia delle donne in Italia negli ultimi 50 anni: da Franca Viola a Nilde Iotti. L’ emancipazione delle generazioni passate e un’involuzione proprio negli anni che stiamo vivendo, quando le nipoti non hanno gli stessi diritti delle nonne per via della precarizzazione del lavoro e le battaglie contro l’uso della donna oggetto nella comunicazione sembrano non essere mai state combattute. Forse abbiamo smesso di indignarci, lottare o semplicemente chiedere il rispetto dei diritti: è anche grazie a libri come questi che si risveglia la coscienza civile dei ragazzi.

Niente mi basta.

 

“Tredici anni, l’età ingrata. Difficile da vivere, e soprattutto da narrare senza cadere in luoghi comuni”

 

 

 

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autore Giusi Quarenghi

editore Salani

collana Romanzo

genere Ragazzi

 

 

Tredici anni, l’età ingrata. Difficile da vivere, e soprattutto da narrare senza cadere in luoghi comuni e facili giudizi di comodo. Eppure questo libro riesce, con delicatezza e comprensione, ad affrontare il tema dell’adolescenza in tutte le sue sfaccettature: dal rifiuto di se stessi e del proprio corpo e quindi del cibo, alla paura di non sapersi guardare con gli occhi degli altri, alla straziante fragilità di sentirsi esposti e inermi ai primi affondi della vita. Giusi Quarenghi non si schiera, non giudica, non invade l’intimità del dolore privato di un’adolescente come tante, ma lo narra con maestria e consapevolezza, spalancando una finestra su un’età dal sapore amaro e, nello stesso tempo, di una dolcezza che nessuno di noi può dimenticare. Età di lettura: da 13 anni.

 

Cosi sei fatto tu.

Storie in rima per spiegare le differenze tra maschi e femmine.

( Alberto Pellai , Edizioni Erickson. )

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Note Editore

Che differenza c’è tra un maschio e una femmina? Il calcio è solo per bambini e la danza solo per bambine?

Questo libro, rivolto ai bambini e alle bambine dai 10 ai 12 anni cerca di spiegare la complessità associata alla conquista della propria identità di genere. Lo fa attraverso il racconto poetico e in rima di un nonno che descrive il mondo di un tempo in rapporto a quello odierno, dove uomini e donne hanno più possibilità di realizzare il proprio progetto di vita con minori condizionamenti e limiti.

Rimanendo al di fuori di ogni scontro ideologico, questo libro propone uno strumento per parlare e approfondire, con attività adeguatamente costruite in base all’età di riferimento, il tema della differenza nella prospettiva di promuovere un percorso di crescita in cui il «dentro» e il «fuori» di ogni individuo possa sintonizzarsi con i bisogni di ciascuno e con la promozione del proprio benessere.

 

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Trama

Con uno stile poetico e allo stesso tempo semplice e chiaro, questo libro vuole raccontare ai ragazzi e alle ragazze dai 10 ai 12 anni tutta la complessità associata alla conquista della propria identità di genere, tema di fondamentale importanza in ogni percorso di educazione affettiva, sessuale e civica. Attraverso una divertente storia in rima, il giovane lettore si confronta con una famiglia dove i due ragazzi protagonisti hanno potuto esprimere con serenità la propria identità di maschio e femmina senza i condizionamenti degli stereotipi di genere ancora presenti nella società attuale. Se Caterina ha i capelli cortissimi e indossa solo pantaloni di jeans e se Martino ha i capelli lunghi e adora il ballo, se una donna fa un lavoro solitamente riservato agli uomini e viceversa, il messaggio finale è che ognuno deve appropriarsi della propria identità di genere vincendo stereotipi e in assoluto rispetto di se stesso e delle persone che gli vivono accanto. La storia permette inoltre di raccontare il maschile e il femminile anche dal punto di vista dell’anatomia dell’apparato genitale fornendo materiali e informazioni relativi agli obiettivi formativi e didattici per la scuola secondaria di primo grado. Grazie ai suoi contenuti innovativi proposti secondo i principi della narrativa Psicologicamente Orientata (N.P.O.) e corredati di schede di approfondimento sui temi trattati, il volume si rivela un ottimo strumento per la crescita emotiva e sessuale.

Autore

Alberto Pellai, medico e ricercatore presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano, si occupa di prevenzione in età evolutiva. Conduce corsi di formazione per genitori e docenti, e nel 2004 ha ricevuto dal Ministero della Salute la medaglia d’argento al merito della sanità pubblica.


Considerazioni

Ho trovato il testo molto utile; scorrevole la lettura, semplice la comprensione, funzionali le schede didattiche di approfondimento.

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Con i miei figli attraverso le storie dei protagonisti e le domande delle schede sono riuscita ad affrontare diversi argomenti: identità di genere, differenze di genere, identità sessuale, concepimento, anatomia e differenze fisiche tra maschi e femmine, modelli sociali proposti da tv e giornali e altro che ora mi sfugge.

Parlando dell’identità di genere, da una domanda delle schede di approfondimento, siamo arrivati a parlare di bambini gender fluid, di transgender e di gay. Ho approfondito quest’argomento nell’articolo: Coy Mathis è una bambina. E Leonardo è anche Viola.

Persino l’immagine di copertina ha attirato mia figlia: Guarda mamma questa bambina indossa come intimo il top. Come quello che indosso io e quelli colorati che abbiamo comprato poco fa. Io sono fatta cosi, solo che ho i capelli lunghi.

Grazie a questo libro abbiamo passato una piacevole giornata e acquisito tante nuove conoscenze, che avevo accennato con altre favole.

E’ un libro che consiglio.

 


 

copertina