La famiglia normale: usi e costumi di una società che ogni giorno ci abitua alla brutalità.

Oggi voglio approfondire con voi un tema a me molto caro: l’appartenenza sociale, le disparità e i pregiudizi che l’accompagnano.

Mi sembra doveroso, dopo gli ultimi avvenimenti di cronaca relativi alla baby gang e alla morte di un anziano che avevano preso di mira, riflettere sul concetto di normalità familiare.

L’avvocato di alcuni dei minori indagati, in una pubblica intervista ha dichiarato che i ragazzi coinvolti provengono da famiglie normali e sono, altresì , ragazzi normalissimi.

Davanti ad un fatto increscioso portato alla ribalta dalla cronaca, nazionale o locale, assistiamo troppo spesso ad una serie di opinioni personali e di parte che tendano in tutti i modi di giustificare i ragazzi, focalizzando l’attenzione su alcuni fattori, con l’obbiettivo presumibile, di alleggerire la posizione degli indagati, sminuendo il fatto in essere.

Al quanto comune è vedere che l’opinione pubblica è incline al pregiudizio:

“ Il ragazzo proviene da un ambiente disagiato. C’era da aspettarselo.”

“ Chi poteva immaginarlo! Proviene da una famiglia così per bene.”

Questi sono solo un esempio dei vari commenti a cui assistiamo davanti ad alcune vicende, di media o grave entità.

La società si aspetta il fallimento degli ultimi, di quelli che vivono ai margini del contesto, ma non è mai preparata al fallimento dei primi, quelli che ama definire “NORMALI”.

Partendo da questa breve costatazione mi addentro sul concetto di normalità e su come questo, ormai sempre più spesso, si traduca nel più grande fallimento sociale.

Fallimento che affonda le sue radici nel pregiudizio e che spesso spinge gli stessi protagonisti a trasgredire: il ragazzo proveniente da ambienti disagiati cerca di riscattarsi, mentre quello proveniente da ambienti “normali” si sente quasi autorizzato a fare come gli pare, forte del fatto che qualsiasi cosa farà avrà sempre dalla sua parte la società e mamma e papà, pronti a coprire il misfatto pur di non gettare fango sulla propria famiglia.

man-2037255_1920Perché in fondo quel che conta nell’odierna società è come appariamo, non come siamo.

La reputazione è il nostro biglietto da visita: la coltiviamo e preserviamo; più cresce, più ci sentiamo al riparo da tutto.

La personalità, invece, la curiamo poco.

A nessuno importa chi siamo, ma l’influenza sociale che abbiamo.

Un po’ come i follower nei social. Più consensi abbiamo nel mondo reale e virtuale, più valiamo. Meno popolari siamo, meno valiamo.

Ma il valore di una persona può mai misurarsi dal numero di consensi che riceve da una folla di imbecilli? Da una folla incapace di prendere coscienza; di distinguere il bello dal brutto?

Nella rete basta ritoccare una foto per apparire belli ed ottenere una serie di mi piace; nella vita basta ritoccare la reputazione, indossare l’abito giusto e mascherarsi da brave persone per ottenere consensi.

Forse dovremmo rivedere il nostro concetto di normalità, affinché nessun ragazzo debba trovarsi nella posizione di sentirsi “sbagliato”, non all’altezza della propria famiglia, della situazione o di qualsiasi altra cosa si voglia.

Affinché nessun ragazzo debba mai agire per compiacere la folla, gli amici; per ricevere attenzioni, per sentirsi parte di un gruppo, di un contesto o per ottenere popolarità.

Da quel che mi ricordo sono stata normale solo i primi anni della mia vita. O meglio ho fatto parte di quella classifica di normalità che la società stila senza neanche pensarci due volte.

Avete mai pensato alle ripercussioni emotive che le aspettative sociali hanno su di un adolescente?

Come vi dicevo da bambina avevo una famiglia normale: 2 genitori, uniti dal sacro vincolo del matrimonio religioso, entrambi lavoratori e con una buona posizione economica e sociale.

La mia normalità “sociale” si è bruscamente interrotta con la morte di mio padre.

Da quel momento mi sono sempre sentita i riflettori addosso. Sentivo la gente mormorare: “una ragazza senza un padre è destinata al fallimento. Non ha una guida. Non può farcela.”

Tutti si aspettavano che sbagliassi. E LA MIA CONDIZIONE SOCIALE ERA UN CAPRO ESPIATORIO per alleggerirsi la coscienza.

Ricordo che ogni qual volta con gli amici combinavamo una ragazzata: far tardi, marinare la scuola, fumare una sigaretta, bere alcolici ed essere scoperti, ecc ecc le madri delle mie amiche scaricavano su di me tutte le colpe.

Ero io che spingevo i loro figli a disertare un giorno la scuola, a fumare una sigaretta, a bere una birra, ad andare a ballare e mentire sul luogo, ecc. Tutto questo perché non avevo un padre.

In realtà gli amici ci invogliavamo a vicenda, come fan sempre gli adolescenti.

Alla base delle nostre ragazzate ci stava una società chiusa, incapace di ascoltare i nostri bisogni, di capire i nostri problemi, di essere veramente una guida e non una strada a senso unico.

Vent’anni fa le cose erano ancora più complicate, soprattutto per le ragazze che dovevano viversi le proprie esperienze senza essere “scoperte”. Nell’entroterra siciliano era normale che alcune cose fossero da maschi ed altre da femmine. Era normale pensare alla donna come devota e fedele servitrice di un uomo.

Non bisognava macchiare la propria reputazione e occorreva tenere alto l’onore e la rispettabilità.

Oggi, fortunatamente per alcuni aspetti, la cosa è scemata e le ragazze sono più libere, ma a questo si aggiunge che non hanno una guida e degli esempi positivi.

Tutto ciò fa si che gli adolescenti pensano che la libertà personale li autorizzi a venir meno agli obblighi civili che si hanno nei confronti degli altri. Ma se è un loro diritto vivere se stessi e le proprie inclinazioni, non lo è non rispettare gli altri e le altrui inclinazioni.

In tutto questo trambusto la società ricopre un ruolo fondamentale.

Negli anni nulla è cambiato e la società continua sempre a pesare le azioni in relazione a chi le commette e non all’entità e all’impatto che hanno sugli altri.

Alcuni mesi fa ne ho avuto la conferma. Mio figlio è stato immobilizzato da tre ragazzini che hanno poi costretto un bambino di 7 anni a sputargli addosso. La gente anziché indignarsi per il fatto increscioso si indignava perché ho denunciato questi ragazzi provenienti a loro dire da famiglie per bene.

Su 10 persone solo 3 mi han detto: hai fatto bene è una cosa incresciosa. Gli altri 7 mi hanno detto: è una ragazzata. Sono figli di gente per bene.

Come se questo dovesse costituire un alibi o una giustificazione alle azioni lesive commesse ai danni di mio figlio.

Educare i giovani al rispetto di se stessi e degli altri è il compito più difficile per un genitore, ma il dovere di ogni società che voglia definirsi civile.

Per fare ciò dobbiamo prima liberare le nostre menti dal pregiudizio e cancellare il concetto di normalità al quale siamo abituati.

L’errore che commettiamo spesso è quello di cercare un capro espiatorio, mentre dovremmo imparare ad assumerci le nostre responsabilità.

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