In questi giorni si sta parlando tanto della possibilità di concedere a Riina una morte dignitosa, quindi viene naturale chiedersi cosa si intende per diritto di morire dignitosamente?

Mentre molte persone non possono permettersi cure costose e vedono venir meno il diritto alla salute e alla vita; altre sono costrette ad andare all’estero per poter interrompere quel “cammino” ormai interrotto dalla malattia e dallo stato vegetativo in cui versano.

Se un boss deve poter morire a “casa nostra”, perché un cittadino italiano deve morire in un Paese straniero come un ladro di diritti?

Eutanasia, porre fine alla sofferenza della malattia è un diritto?

medicina-immagine-animata-0021“Il dibattito etico-giuridico si divide tra coloro che ritengono che porre fine alla propria esistenza sia un evento a noi disponibile e coloro che ritengono che la vita umana sia un valore inviolabile”

Ma un valore inviolabbile non dovrebbe essere principalmente la libertà di scelta?

Un cittadino non dovrebbe essere libero di scegliere di morire, quando la sua vita non ha più un senso?

«Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita, è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche» (Piergiorgio Welby)

Con queste parole Welby, ( attivista politico, impegnato nella battaglia per il riconoscimento legale del diritto al rifiuto dell’accanimento terapeutico in Italia e per il diritto all’eutanasia.) cercava di spiegare la sua condizione vegetativa. Ma queste parole ancora non trovano ascolto. Come non le hanno trovate quelle di dj Fabo e di altri che hanno scelto silenziosamente di recarsi all’estero e porre fine alle loro sofferenze.

Esistono due tipologie di eutanasia: quella attiva e quella passiva.

La pratica attiva si suddivide in “volontaria”, atto con il quale qualcuno produce esplicitamente la morte di un’altra persona che è affetta da una grave malattia e vicina alla morte e che patendo gravi sofferenze fisiche e psicologiche chiede dunque, in modo consapevole, al suo medico curante e ad altri medici di essere aiutato a morire.

Nel caso invece dell’eutanasia attiva “involontaria”, l’atto eutanasico per la persona non più consapevole dovrà essere considerato non approvabile se non si dispone di direttive anticipate, mentre si può accettare nel caso in cui vi sia la volontà precedentemente espressa.

In Italia l’eutanasia attiva costituisce reato e rientra nelle ipotesi previste e punite dall’articolo 579 (Omicidio del consenziente) o dall’articolo 580 (Istigazione o aiuto al suicidio) del codice penale. Al contrario la sospensione delle cure, cosiddetta “eutanasia passiva”, costituisce un diritto inviolabile in base all’articolo 32 della Costituzione italiana in base al quale: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”

In questi giorni, in cui siamo bombardati dall’assordande rumore che suscita la possibilità di concedere una morte dignitosa a un mafioso, giunge doveroso porre l’attenzione sul diritto “universale” di poter morire dignitosamente. Diritto che non può non tener conto della sofferenza delle persone che vivono in uno stato vegetativo, ma farlo quando si parla di redimere un mafioso.

La legge deve essere giusta con tutti, o non è legge: è mafia.

eutanasia

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