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Mio figlio non è bullo; mio figlio è popolare.

Oggi parliamo di un fenomeno sociale che sembra in continuo aumento: il bullismo, e del ruolo dei genitori e della società nell’insorgere dello stesso.

Quanto incide la percezione dei genitori e la conseguente approvazione, nel consolidare la personalità del bullo?

La vittima non è mai solo la vittima; vittima, in modo diverso, lo è anche il carnefice.

Al contrario di quanto spesso si crede, i bulli e le vittime hanno diversi aspetti in comune:

  • entrambi hanno sviluppato modalità inadeguate di relazionarsi con gli altri.
  • entrambi sono incapaci di gestire le situazioni conflittuali: l bullo non tollera il confronto e i conflitti, la vittima li teme.

Risultato e vittime del nostro tempo, i giovani, sembrano sempre più allo sbaraglio, incapaci di gestire se stessi e di rapportarsi con sentimenti ed emozioni. Questa difficoltà è senza dubbio una delle principali cause dell’insorgere di fenomeni come il bullismo e la depressione adolescenziale.

Dove sbaglia la società? Cosa manca a questi ragazzi che sembrano avere tutto?

Mancano delle basi, forse; mancano dei valori, probabilmente; Sicuramente mancano riferimenti e modelli che siano un buon esempio.

Se riflettiamo scopriamo che la nostra società è organizzata secondo una logica che implica inesorabilmente la solitudine. Per accorgersene basta far caso al fatto che viviamo in una società fondata sul profitto, sul consumo, sui valori che dividono gli uomini, sulle classi , sulla violenza. Tutte componenti della solitudine. Una società fondata sui valori del successo ad ogni costo inesorabilmente ci “costringe” a reprimere i nostri bisogni più profondi, vale a dire quelli della condivisione. Ormai poche persone sono capaci di condividere e di costruire con gli altri, tutti cercano di scavalcare l’altro per arrivare primi. Il gioco di squadra, questo sconosciuto! Non fa più parte del programma quotidiano e sembra essere ormai prerogativa di pochi. Anche all’interno delle squadre sportive dilettanti e non troviamo spesso una competizione insana, un’evidente difficoltà ad accettare anche solo l’idea di una possibile sconfitta.

L’importante non è partecipare, ma vincere.

In prima file genitori amici fanno il tifo per quei figli cosi perfetti, tirati su per essere i migliori. Cuore di mamma, o svista di mamma? La smania di successo e popolarità ci ha davvero rese cieche e sorde? Probabilmente il 90% risponderebbe di no, peccato che lo stesso 90% ogni giorno nei social va a caccia di like. “Piaccio dunque esisto”, la nuova pseudo filosofia che spopola soprattutto tra gli adulti, e di conseguenza viene tramandata alle nuove generazioni.

Altro che Cogito ergo sum! Oggi per “essere” basta semplicemente essere popolari.

Come si traduce nelle nuove generazioni tutto ciò? Quanto dannoso può essere il cattivo utilizzo dei social network e i messaggi banali che lascia trapelare?

Molto. Senza dubbio ai giovani mancano modelli sani che propongano valori come umiltà, altruismo, sana competizione. Ormai la vita sembra una gara e i giovani devono scegliere se stare dalla parte dei vincitori o da quella dei vinti. Scelta difficile, soprattutto per i figli di un’epoca che ha dato troppo in termini materiali. Compreso ciò non è difficile trovare le motivazioni che favoriscono l’insorgere del bullismo.

Perché si diventa bulli?

Per rispondere analizziamo alcuni fattori:

  • il fatto di ritenere gratificante dominare gli altri ottenendo la loro accondiscendenza;
  • il pensare che la prepotenza sia sinonimo di forza e fermezza di carattere;
  • la presenza di scarsa empatia con evidente difficoltà a sentire e immedesimarsi nella sofferenza degli altri;
  • la presenza di pregiudizi su gruppi etnici, categorie sociali o orientamento sessuale;
  • l’influenza di modelli aggressivi nella vita reale o attraverso i film;
  • la convinzione che la prepotenza paghi;
  • la presenza di tratti impulsivi e la difficoltà controllare la propria aggressività.

Per una società migliore e per dei giovani più equilibrati e felici è fondamentale ascoltare sempre i figli. Credere in loro, mettendo anche in conto che potrebbero non dire l’intera verità, soprattutto se si tratta di temi che li imbarazzano, sia perché si vergognano di essere vittime, sia perché hanno paura della reazione dei genitori, se sono i bulli.

Se si capisce che il proprio figlio sta incontrando delle difficoltà relazionali , si deve aiutarlo a capire che c’è qualcosa che lui stesso può fare in prima persona per cambiare le cose.

Insegnare l’importanza dell’errore è un percorso fondamentale per la crescita emotiva. L’errore non segna, insegna. L’errore non va proposto come segno indelebile, come il rosso che taglia una scena, ma come la penna che corregge una fase, nel caso della vita, un passaggio che va cambiato per modificare il corso degli eventi e migliori. Fingere che i nostri figli non siano coinvolti, non aiuta loro e neanche noi. Aggredirli verbalmente contribuisce ad alimentare l’idea che l’unico modo per ottenere le cose è usare le maniere forti e la prepotenza. Il dialogo e l’ascolto sono l’unica via d’uscita e dunque quella da percorrere.

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